21 marzo Giornata Mondiale della Poesia 2015 - MIC

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21 marzo Giornata Mondiale della Poesia 2015

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Dragica Rajčić
Sarah Zuhra Lukanic- Ph Dino Ignani
La poesia non conosce confini geografici, culturali, linguistici.
Due poete croate nella Gionata Mondiale della Poesia 2015 a Roma.Dragica Rajčić per la Svizzera e Sarah Zuhra Lukanic per la Croazia.
Giornata Mondiale della Poesia UNESCO 2015
Sabato 21 marzo alle ore 20.00
Palazzo Blumenstihl, via Vittoria Colonna 1, 00193
Quattordici poeti da quattordici paesi diversi si sono dati appuntamento all'Istituto Polacco di Roma per la Giornata Mondiale della Poesia UNESCO del 21 marzo 2015, organizzata dall'EUNIC Cluster di Roma in collaborazione con la Federazione Unitaria Italiana Scrittori e la Casa delle Letterature. Un’unica e imperdibile occasione di conoscere meglio la poesia contemporanea europea. Tra i partecipanti: Alexander Peer per l’Austria, Elin Rahnev per la Bulgaria, Sarah Zuhra Lukanic per la Croazia, Nora Bossong per la Germania, Silvia Bre per l’Italia, Krystyna Dąbrowska per la Polonia, Ana Luísa Amaral per il Portogallo, Ruxandra Cesereanu per la Romania, Ivan Strpka per la Slovacchia, Aleš Šteger per la Slovenia, Erika Martinez per la Spagna, Eva Ström per la Svezia, Dragica Rajčić per la Svizzera e András Ferenc Kovács per l’Ungheria. L’incontro, moderato da Maria Ida Gaeta,direttrice della Casa delle Letterature di Roma e sarà accompagnato dalle musiche di Michele Sganga eseguite al pianoforte dal compositore.
Gli Istituti di cultura e le Ambasciate aderenti all’Eunic, come di consueto, porteranno ognuno un autore, in rappresentanza del proprio Paese, che reciterà in lingua tre propri componimenti. Durante le letture poetiche sarà presente in sala una proiezione dei testi tradotti.
La FUIS, come nell'anno passato, darà il proprio contributo all'evento culturale, proponendo, in accordo e collaborazione con la Casa delle Letterature, una poetessa in rappresentanza dell’Italia e producendo la rivista ufficiale dell’evento, distribuita in occasione della serata e visionabile online sul nostro sito. All'interno del fascicolo saranno presenti gli autori che prenderanno parte alla lettura poetica, con una foto e una biografia dell’artista ed alcuni componimenti, sia in lingua originale che con testo tradotto a fronte.
Sono 15 i paesi aderenti al progetto: Austria, Bulgaria, Croazia, Germania, Italia, Polonia, Portogallo, Romania, Russia, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera, Ungheria.
Grazie all'Ambasciata della Repubblica di Croazia nella Repubblica Italiana (particolarmente a Ines Sprem, Addetto Culturale dell'Ambasciata) e al contributo dell'Associazione Mosaico Italo Croato Roma
Maggiori informazioni
Istituto Polacco di Roma
Via Vittoria Colonna 1, 00193 Roma
Tel.: +39 06 36000723
Ungheria - ANDRÁS FERENC KOVÁCS

Nato a Satu Mare (Marosvásárhely, Romania) il 17 luglio del 1959. Ha preso il diploma di maturità nel 1978 presso il Liceo Ferenc Kölcsey. Hanno cominciato pubblicare le sue poesie dal 1977. Dal 1981 cominciavano a uscire anche le sue poesie per bambini. Si è laureato nel 1984 alla facoltà di lettere e filosofie di lingue ungherese e francese a Cluj-
Napoca (Kolozsvár, Romania). Tra il 1984 e il 1991 era insegnante ad Avramesti (Szentábrahám, in Romania, regione di Transilvania) e a Simonesti (Siménfalva, in Romania, regione di Transilvania), e professore al Liceo Balázs Orbán di Székelykereszt (in Romania, terra dei Siculi).
Dal 1990 è redattore del settore poetico della rivista letteraria “Látó” (Vedente). Tra il 1991 e il 2002 era professore di drammaturgia presso l’Università Teatrale di Satu Mare. Nel 1997 per un anno era direttore della compagnia teatrale Miklós presso il Teatro Nazionale di Satu Mare. Dal 2008 è diventato il redattore capo incaricato della “Látó”. Mentre scrive saggi e studi letterari, principalmente fa traduzioni in ungherese dal rumeno e dal francese. Le sue poesie sono conosciute anche in inglese, bulgaro, ceco, estone, francese, croato, polacco, tedesco, italiano, russo, rumeno, svedese e sloveno. Dagli anni Novanta è uno dei poeti ungheresi contemporanei più noti, nominati ed esaminati. I suoi concetti principali riguardanti il senso sulla tradizione – come la perdita dell’identità, la
memoria culturale, l’intertestualità, il protagonismo nella poesia – vogliono mettere in dubbio ed eliminare la posizione degli autori tradizionali, e ultimamente mettere in discussione la letterarietà, l’esistenza intertestuale e linguistica del testo letterario. La ricchezza letteraria di forma della sua poetica, che tra l’altro è senza precedenti nella letteratura contemporanea
ungherese, viene accompagnata e approfondita dalle maschere e dai ritratti poetici coerentemente composti (cf. Jack Cole, Lázáry René Sándor, etc.). Nella sua dedizione alla forma è paragonabile a Csokonai e Kosztolányi, nella sua diversità invece a Weöres.
Ophelio Barbaro csak rohan, rohan                                                                                                                                                                            
Esőbe lépsz: rácsok mögött rohansz,
Buszok tülkölnek, emberek vakognak.
Cementpor, füst, korom, mocsok, vicsorgás,
vad öklözésre gyürkőző szeráfok.
Rohansz, rohansz a tócsák között inogva,
kéregszín csuklyád homlokodra billen –
ráncok, redők kikezdik arcodat…
Sárló vizeknek hordaléka fortyog,
roppant hullámok rázzák púpjukat,
s egy széttüremlő, patkányszürke felhő
fertőzetet lövell ki horpaszából…
Nyers évoék, bérencek, bárgyú lármák,
mitsemtudás, csikorduló fogak,
és arcodon redők, foltok, barázdák.
Vajon te vagy még? Mért loholsz? Hová?
Levante táján szétrobbant a Nap…
Szavak, szavak, szavak, szavak, szavak…
Motordübörgés, rángás, rettegés.
Szülőfölded sincs, semmi tartományod,
jövőd, ha van, csupán egy más jelen,
s a menny fonák hüvelykje rád vetül.
Loholsz, rohansz… Vagy mintha csak rohannál?
A zűrzavargó dolgok közrefognak,
menekvésed már végtelen, merev,
s mint Umbriában föstött angyaloknak
csillagszilánk, föld sistereg szemedben…

Ophelio Barbaro corre, corre
Esci sotto la piogga: corri dietro le sbarre.
I bus strombettano, gli uomini squittiscono.
Polvere di cemento, fumo, fuliggine, sporcizia, ghigno,
serafini che si accingono al selvaggio pugliato.
Corri, corri barcollando tra le pozze,
il tuo cappuccio color corteccia sulla fronte –
rughe, pieghe intaccano il tuo viso…
Detriti di fanghiglia gorgogliano,
onde immani si scrollano la gobba,
una nuvola schiacciata, grigia come un ratto
schizza contagio dalla grassella…
Crudi evoè, sbirri, insulsi chiassi,
ignoranza denti scricchiolanti,
e sul tuo viso pieghe, macchie, solchi.
Sei ancora tu? Perché ti affani? Dove?
Verso Levante è scoppiato il Sole...
Parole, parole, parole, parole...
Rombo di motori, strappi, terrore.
Non hai né paese né contrada,
il futuro, se c’è, è solo un altro presente,
e il pollice rovescio del cielo in alto.
Ti affanni, corri... O solo come se corressi?
Le cose tumultuanti ti circondano,
la tua fuga è ormai infinita, dura,
e come la scheggia di stelle degli angioletti umbri,
la terra scoppietta nei tuoi occhi...
Svizzera - DRAGICA RAJčIĆ

Nata nel 1959 a Spalato (Croazia) e vive in Svizzera dal 1978. Dopo aver svolto vari lavori a domicilio, nel 1988 ritorna in Croazia, dove fonda la rivista “Glas Kastela”. Nel 1986 pubblica la sua prima raccolta di poesie in tedesco Halbgedichte einer Gastfrau, St. Gallen, Narziss & Ego. Nel 1991, allo scoppio della guerra, torna in Svizzera con i figli. Si stabilisce a San
Gallo, dove lavora come redattrice di una rivista per emigrati e come animatrice socioculturale. Rajčić è autrice di poesie, romanzi, racconti e opere teatrali, scritti sia in tedesco sia in croato. E' stata insignita del Münchner Adelbert-
von-
Chamisso-
Förderpreis e del Premio Letterario
Internazionale Merano Europa. Rajčić spinge i propri testi ai confini della lingua: le sue poesie infrangono le regole dell’ortografia e della grammatica – e proprio per questo riesce a trarre nuovi significati dalle parole e a gettare uno sguardo nuovo sulla realtà.

Der krieg ist zu ende. Der bruder entwickelt
Bilder in der dunkelheit.
Der bruder lernt übergelaufenem hund
Angst zu verlieren.
Die Mutter wacht in der nacht auf
Stille erschrekt.
Der Vater verkauft geschicten
von gestern und heute
siegesreich
die Frauen haben auf niemandem zu warten,
Der Sohn spielt Hände hoch.
Die Tochter umwickelt ein stein
falls es traurig wird
zeihnet sie ihm ein träne


Ein Haus Nirgends
wenn
stück
für stück
glaube
von Worten
herunter fehlt
was
mache ich dort
was mache ich da
ich sammle Silben
baue ihnen
ein haus nirgends


Izbjeglice
noći
uvij nas
u predah
neposluhni nas
mi smo
zadnji
dok svijet spava snom
nepravednika.
Dragi
mi živimo u sobi
vremena
ti gledaš brda stoje
odtada
ja bih rekla (najvažnije)
zaustavila prividnu
stabilnost materije
mi žemo umrijeti dragi
u opsjeni vječnosti



La guerra è finita. Il fratello sviluppa
foto nell'oscurità.
Il fratello insegna al cane passato al nemico
a perdere la paura.
La madre si sveglia nella notte
il silenzio spaventa.
Il padre vende storie
di ieri e di oggi
piene di vittorie.
le donne non hanno nessuno da aspettare.
Il figlio gioca a mani in alto.
La figlia fascia un sasso
e nel caso si intristisce
gli disegna un lacrima


Una casa, in nessun luogo
quando
pezzo
per pezzo
la fede
cade giù
da le parole
cosa
ci faccio qvì
cosa ci faccio qvà
racolgo sillabe
costruisco loro
una casa, in nessun luogo

Profughi
la notte
avvolgici
nella sosta
non ci ascoltare
noi siamo
gli ultimi
mentre il mondo dorme con i sogni
dell’ingiusto
Caro mio
noi abitiamo nella stanza
del tempo
tu guardi i monti presenti
da allora
io vorrei pronunciare (il più importante)
arrestare l’apparente
fermezza della materia
noi possiamo morire caro mio
nel miraggio dell’eternità

Traduzione dal tedesco di Giuseppe Sofo.
Traduzione dal croato di Sarah Zuhra Lukanić

Svezia - EVA STRÖM

E' un medico e poeta svedese. Ha debuttato come poeta nel 1977 con la raccolta “Den brinnande zeppelinaren”. Ha pubblicato dieci raccolte
di poesie, tra le quali la più recente "Utskuret ur ett större träd" del 2013. Nel 2003 ha ricevuto il premio del Consiglio Nordico per la sua raccolta di poesie "Revbensstäderna" ed è inoltre pluripremiata. Prima di diventare poeta a tempo pieno ha lavorato come medico dal 1974 al 1988 e spesso la sua formazione in medicina è percepibile nelle sue opere. Molte delle sue raccolte di poesie hanno come tema la condizione del mondo, con uno sfondo buio, ma c'è anche spazio per la felicità e la gioia di vivere. Ström ha anche tradotto tutti i sonetti di Shakespeare che sono stati
pubblicati in un volume acclamato. Dal 2010 è membro dell’Accademia Reale Svedese delle Scienze. Eva Ström ha anche scritto prose, drammi e saggi di critica d'arte.
Rött vill till rött
Hinnan, slöjan, gallret, persiennen
slöjan, gallret, persiennen, hinnan
gallret, slöjan, persiennen, hinnan
slöjan, gallret, hinnan, persiennen
Jag står och ser på gallret, persiennen
Jag står och ser på slöjan, hinnan
Jag står och ser på persiennen, hinnan
Jag står och ser på slöjan, persiennen
Rött vill till rött, till slöjan, hinnan, linjen
Vill spädas ut och blötas upp och spädas
Rött vill till vätskan, till lymfa och osmos
Rött vill till rött och upphävas i slöjan
och genomdränkas och osmotiskt spädas
Rött blir till rött, till vätska och osmos.



Skönheten
Skönheten är fruktansvärd
jag såg den plötsligt i mitt eget ansikte –
ginsten blommade,
du hade också sett, och förstått
alla dessa blommor som slår ut och slår ut,
det är ingenting som jag kan hålla tillbaka,
liljekonvaljerna som växer i skuggan
de blommande kastanjerna
den brinnande ginsten
jag lägger huvudet trött på en kudde
trött av ingenting, trött av en upptäckt,
över mig dånar världen,
och jag är på väg mot en stillhet,
en tystnad större än den hos

Traduzione di Maria Cristina Lombardi.
Il rosso vuole il rosso
La membrana, il velo, la grata, la persiana
Il velo, la grata, la persiana, la membrana
La grata, il velo, la persiana, la membrana
Il velo, la grata, la membrana, la persiana
Sto a guardare la grata, la persiana
Sto a guardare il velo, la membrana
Sto a guardare la persiana, la membrana
Sto a guardare il velo, la persiana
Il rosso vuole il rosso, il velo, la membrana, la linea
Vuole diluirsi, bagnarsi e diluirsi
Il rosso vuole il liquido, la linfa e l'osmosi
Il rosso vuole il rosso e dissolversi nel velo
impregnarsi e per osmosi diluirsi
Il rosso si fa rosso, liquido e osmosi.


La bellezza
La bellezza è terribile,
d’un tratto l’ho vista sul mio volto –
la ginestra fioriva,
l’hai vista anche tu, e hai capito
tutti questi fiori che sbocciano via via,
nulla che io possa arginare,
mughetti che crescono nell’ombra
castagni in fiore
la ginestra in fiamme
stanca poggio la testa su un cuscino,
stanca di nulla, stanca di una scoperta,
sopra di me tuona il mondo,
ed io cammino verso l’immobilità,
un silenzio più grande di quello di
un dirigibile in fiamme.
Spagna -ERIKA MARTÍNEZ

E' laureata in Filologia Spagnola e teoria della letteratura presso l’Università di Granada. Il suo primo libro di poesie Color Carne (Pre-
texto 2009) Ha avuto il Premio di Poesia della Radio Nazionale Di Spagna. Il suo secondo libro , El Falso Techo ( Pre –Texto , 2013) é stato scelto tra i migliori cinque libri di poesia dai critici de El Cultural ed è satto nominato al Premio della Critica. È anche autrice del libro di aforismi Lenguaraz (Pre-
Texto , 2011) e i suoi aforismi sono stati inclusi nelle antologie Pensar por lo breve (Trea , 2013)di José Ramón González, y L’aforisma in Spagna (Torino, 2014), di Fabrizio Caramagna. Nel 2013 ha pubblicato il saggio Entre bambalinas: poetas argentinas tras la última dictadura (Iberoamericana-
Vervuert). Web: ww.erikamartinez.es.
Ph © Lucia Martinez.
LA CASA ENCIMA (El falso techo, Pre­Textos, 2013)
Tantos siglos removiendo esta tierra
que atravesó el ganado
y alimentó al ganado y a los hombres
que regaron esta tierra
con el curso negro de su sangre
−la sangre cambia de color
cuando sale del cuerpo−.
Tantos siglos alineando ladrillos,
aquí hubo un establo
sobre el que se construyó una iglesia
sobre la que se construyó una fábrica
sobre la que se construyó un cementerio
sobre el que se construyó un edificio
de protección oficial.
Tantas mujeres fregando sus baldosas,
pariendo en sus baldosas,
escondiendo la mierda debajo de las baldosas
que pisaron sus hijos ebrios
y sus sobrios maridos
que trabajaron y fornicaron
por el bien de un país en el que no creían.
Tantos siglos para que yo,
miembro de una generación prescindible,
pierda la fe en la emancipación,
mire el techo de mi dormitorio
y se me venga la casa
encima.


PORQUE NO ALCANZO
El número que me apuntaste sobre la mano
se desdibuja como lo importante
en el avispero de los conceptos.
Esta es mi tara: uso muletas
para llegar a los objetos
que todo lo contienen.
Mi abuela con alzhéimer lo sabía.
De repente me acuerdo de aquel hombre
tan preocupado por comprender
que se hizo lobotomizar.
Yo supe lo que era importante.
¿Y dónde estás ahora
que tengo que pedírtelo?
Estoy cansada. Ven,
alcánzame esa silla.

Traduzione di Matteo Lefevre

LA CASA ADDOSSO (El falso techo, Pre­Textos, 2013)
Tanti secoli smuovendo questa terra
che ha solcato il bestiame
e ha alimentato il bestiame e gli uomini
che hanno irrigato questa terra
con il corso nero del loro sangue
− Il sangue cambia colore
quando fuoriesce dal corpo −.
Tanti secoli allineando mattoni,
qui ci fu una stalla
sopra cui fu costruita una chiesa
sopra cui fu costruita una fabbrica
sopra cui fu costruito un cimitero
sopra cui fu costruito un edificio
delle case popolari.
Tante donne a pulire le sue piastrelle,
a partorire sulle sue piastrelle,
a nascondere la merda sotto le piastrelle
che calpestarono i loro figli ebbri
e i loro sobri mariti
che hanno lavorato e fornicato
per il bene di un paese in cui non credevano.
Tanti secoli perché io,
membro di una generazione prescindibile,
perda la fede nell’emancipazione,
guardi il tetto della mia camera
e mi cada la casa
addosso


PERCHE’ NON CI RIESCO
Il numero che mi hai annotato sulla mano
si sfoca come ciò che è importante
nel vespaio dei concetti.
Questa è la mia tara: uso stampelle
per giungere agli oggetti
che tutto contengono.
Mia nonna con l’alzheimer lo sapeva.
D’improvviso mi ricordo di quell’uomo
tanto preoccupato di comprendere
che si fece lobotomizzare.
Io ho saputo ciò che era importante.
E dove sei adesso
che devo chiedertelo?
Sono stanca. Vieni,
avvicinami la sedia
Slovenia- ALEŠ ŠTEGER
Poeta, saggista e romanziere in lingua slovena. Aleš appartiene alla
generazione di scrittori che ha iniziato a pubblicare subito dopo la caduta della Yugoslavia. La sua prima raccolta di poesie Šahovnice ur (1995) (Le scacchiere degli orologi) è andata esaurita a tre settimane dalla pubblicazione facendo stato di una nuova generazione di artisti e scrittori
sloveni. Le opere di Šteger sono state tradotte in 16 lingue mentre le sue poesie sono apparse su riviste e quotidiani di rinomanza internazionale come The New Yorker, Die Zeit, Neue Zürcher Zeitung, TLS e molti altri.
Tra i tanti premi e riconoscimenti, la sua traduzione in inglese di "Knjiga reči "(Thee Book of Things, BOA Editions, 2010) (Il libro delle cose) ha vinto due importanti premi americani per la traduzione (il premio BTBA e AATSEL). Oltre a scrivere e a tradurre dal tedesco e dallo spagnolo, Aleš è anche il direttore dei programmi della Casa Editrice Beletrina di cui è stato un cofondatore. (www.beletrina.si). Aleš fu l'ideatore ed è il direttore dei programmi del festival internazionale di poesia "Le giornate della poesia e del vino" (www.stihoteka.si). In italiano è stato pubblicato il libro in prosa di Aleš: " Berlino "(Zandonai, 2009).
JAJCE
Ko ga na robu ponve ubiješ, ne opaziš,
Da jajcu v smrti priraste oko.
Tako drobno je, da ne poteši
Še tako skromnega jutranjega teka.
A že zre, že bolšči v ta tvoj svet.
Kakšni so njegovi horizonti, srepenje čigavih perspektiv?
Vidi čas, ki se ravnodušno seli skozi prostor?
Zrkla, zrkla, počene lupine, kaos ali red?
Velika vprašanja za tako drobno jajce
Ob tako rani uri. In ti – res želiš odgovor?
Ko sedeta, iz oči v oči, za mizo,
Ga s kruhovo skorjo še pravočasno oslepiš.




Komu igrajo angeli? Tako skeptični so do samoinscenacij svetnikov, zazrtih v
svoje krivde in pokore, v svoje poti do Boga, vrhovnega avtoerotika in ekshibicionista.
Blizu mu pride le zaščitnik drhtenja strun lutnje in pobrenkavanja
gosli, Job, ki je dovolj uspešno trpel, da lahko sedaj varuje glasbo in muze.
Skoraj tako gol kot Bellinijev Gospod v beneški Accademii.
Brez razlike med glasom in telesom. Tako Hayden igra na saksofon v Hotelu
Evropa Regina. Tuje se iz njegovih ust prelije po zlatih zavojih instrumenta,
se od daleč pregrize skozi kožo in organe, vzniknile iz kosti. Vznikne, ne da bi
karkoli preluknjalo, oživlja zrak v zamaknjenost, ustnik, glas, kot da zamika
sebe, se zastavlja. Tipke. Ustnik. Veke. Glas. Tipke. Usta. Glas.
Ulice so tako ozke, da morata dva ob srečanju istočasno izdihniti, da prideta
mimo. Le smrad in glas ohranjata pregled nad celoto. Utrujena že tretjič priblodiva
do istega kampanila. Brezizhodna zapognjenost. Ne da bi vztrepetala
malta, predre opeke opečnatega zidu ženski glas. Samoten napev. Sledi
kratko pobrenkavanje strun in nikogaršnje prebujenje.
Frekvenca, s katero niha vesolje. Kontrabas jo sedaj ujame. Če bi malo pojačal
volumen ojačevalca, bi popokale membrane v zvočnikih, tako kot je
počila membrana v desnem srednjem ušesu, ko sem se potapljal. Glasovi so
me klicali globlje. In tam, na dnu, je ležala črna skrinjica, star tranzistor mogoče,
črna luknja, ki ni oddajala ničesar, prehod, v katerem izgine vsak, tudi
angelski napev.
Najbolj strašen trenutek, ko sem trileten prvič zaslišal posnetek svojega
glasu. Pokril sem si ušesa in se kriče vrgel na tla. Kot kakšno reč me je raztelesilo,
me obrnilo z notranjo stranjo navzven v svet. In ves svet je, nenavadno
mrtev, smuknil vame. Ne tuljenje ne zatiskanje ušes nista mogla
preprečiti nasilja tega obrata. V sebi še vedno slišim njegov odmev. Tipke.
Usta. Glas.

"A chi suonano gli anglei" traduzione di Michele Obit.
"Uovo" traduzione di Jolka Milič.


UOVO
Quando l’uccidi sul margine del tegame, non ti accorgi
Che all’uovo che sta morendo cresce un occhio.
Tanto minuto è, da non palcare
Un così modesto appetito mattutino.
Ma già osserva, già fissa questo tuo mondo.
Quali sono i suoi orizzonti, lo sguardo bieco su quali prospettive?
Vede il tempo, che imperturbabile si muove nello spazio?
I bulbi oculari, i bulbi, i gusci rotti, caos o ordine?
Grandi domande per un uovo così piccolo
A quest’ora di primo mattino. E tu – davvero desideri una risposta?
Quando vi sedete, faccia a faccia, dietro il tavolo,
Con la crosta del pane puntualmente lo accechi.


A chi suonano gli angeli? Così scettici sono rispetto
alle automessinscene dei santi, che fissano le proprie colpe
e penitenze, il proprio cammino a Dio, dell’autoerotomane
supremo ed esibizionista. Gli si avvicina solo
il protettore del tremito della corda del liuto e dello strimpellare
del violino, Giobbe, che soffrì abbastanza per poter
ora proteggere la musica e le muse. Quasi nudo come
il Signore di Bellini nell’Accademia di Venezia.
Senza differenza tra voce e corpo. Così
Hayden suona il sassofono nell’Hotel Europa
Regina. Estraneo dalla sua bocca si riversa per le dorate
curve dello strumento, si fa strada da lontano attraverso
la pelle e gli organi che spuntano dalle ossa. Spunta
senza perforare alcunché, ravviva l’aria
nell’estasi, il boccaglio, la voce, come se sfalsasse se stessa,
s’imposta. Tasti. Boccaglio. Palpebre. Voce. Tasti.
Bocca. Voce.
Le vie sono così strette che quando due si incontrano
devono inspirare all’unisono, per poter passare. Solo il puzzo
e la voce mantengono il controllo sull’insieme. Stanchi
già per la terza volta vaghiamo sino allo stesso campanile.
Una curvatura senza uscita. Senza far tremare
la calce, sfonda il muro in mattoni la voce femminile.
Un’aria solitaria. Segue un breve strimpellio
di corde ed il risveglio di nessuno.
La frequenza con cui oscilla l’universo. Il contrabbasso
adesso la coglie. Se appena un poco aumentassi il volume
dell’amplificatore, le membrane negli autoparlanti si romperebbero
come è esplosa la membrana nell’orecchio medio
destro, quando mi stavo immergendo. Le voci mi chiamavano
più in basso. E là, sul fondo, c’era una cassa nera,
un vecchio transistor forse, un buco nero che non aveva
trasmesso nulla, un passaggio nel quale tutto scompare,
anche la melodia degli angeli.
Il momento più terribile quando, a tre anni, per la prima
volta sentii la registrazione della mia voce. Mi coprii
le orecchie e gridando mi buttai a terra. Come fosse stato un oggetto
mi aveva dissezionato, rivoltato dalla parte interna
in fuori, nel mondo. E tutto il mondo, insolitamente morto,
passava velocemente in me. Né l’urlio né il tapparsi le orecchie
potevano impedire la violenza di questa evoluzione. In me
ancora sento il loro eco. Tasti. Bocca. Voce
Slovacchia -IVAN ŠTRPKA

Poeta, saggista, autore di prose e testi in musica, traduttore dallo spagnolo e dal portoghese (Cervantes, Borges e Pessoa fra gli autori da lui tradotti). Il suo debutto avviene negli anni sessanta con pubblicazioni in antologie della giovane poesia slovacca. Nel 1964 fonda il gruppo poetico dei Corridori Solitari. Con la sua prima raccolta (La breve infanzia dei lancieri, 1969) vince il prestigioso premio letterario Ivan Krasko per l’opera prima affermandosi come la più grande promessa della giovane poesia slovacca. La sua fama in patria è stata in continua ascesa, specialmente da quando ha iniziato a scrivere i testi per le canzoni del famoso cantautore slovacco, Dežo Ursiny, un mito paragonabile a quello di Fabrizio de André in Italia. Ha pubblicato finora 10 raccolte di poesie e vinto numerosi premi. In Italia ha partecipato come ospite d’onore al festival di Genova e a molti altri incontri di poesia ed è apprezzato da importanti poeti italiani (fra cui anche lo scomparso Sanguineti). E’ stato tradotto in tedesco, portoghese, bulgaro, rumeno e inglese. In Italia, è uscito il volume La mano silenziosa. Dieci Elegie. A cura di Alessandra Mura. Lithos Editrice, Roma 2014. È tra le voci più alte della poesia slovacca contemporanea.
L’archivio è in fiamme. Nona elegia
E i bambini svaniscono in fretta dalle piste di pattinaggio aperte e illuminate
sotto un cielo nudo nel cuore dei luoghi vivi: un ghiaccio scarabocchiato
con pallidi lampi si impadronisce delle guizzanti silhouette:
e appena sotto, garage deserti con luce corrosiva
inghiottono ognuno la propria ombra e anche il suo nudo grido
e ancora più in fondo, sotto, in un’aria di echi scura
e misteriosa spuntano uccelli speculari – il furioso strepito
della primavera germoglia in loro fino all’ultimo ossicino bianco e irreale:
un’erba indecifrabile si aggrappa spasmodica
all’evidente invisibilità delle sue radici
La deterritorializzazione perdura
in uno specchio rovesciato: mentre il cuore batte e
corpi sfocati di ragazzi con il respiro spezzato da folli,
lunghe, spaventose e inarrestabili fughe (per ritornare al punto di partenza,
indietro, attraverso i territori liquidi delle proprie grida) nell’ultimo frammento
di nuda realtà riescono a sfuggire a un frastuono che giunge in senso opposto
con l’intensità di treni indistinti e vicinissimi
in cui sfavilla sempre più grande l’Angelo originale dell’abisso:
mentre il cuore batte: mentre ancora su smorte carte da parati appare
e si perde in fuggevoli disegni un dedalo di vie tutte nuove e sconosciute, a
sorpresa
si intrecciano e si dipanano in un crescente terrore fresco e silenzioso, proprio
davanti a noi
ignoti videoclip della durata di un secondo, sempre nuovi,
nuove tratte intersecanti di una metro in cui il pelo di animali tutti lisci
piano piano si drizza e il sudore si rapprende sul cranio d’oro
di coloro che hanno fatto in tempo a cambiare direzione e tranquilli
si fanno strada nell’aria sibilante proprio sotto le nostre teste
una dopo l’altra le crepe corrodono ansiose
il vetro di finestre crepuscolari in corti di pietra:
il silenzio si ammassa nelle botti arrugginite, nelle grondaie vuote,
nelle fontane, nei volti incrinati di immutabili e dimenticate ninfe,
nelle consuete allegorie dell’ottusa sensualità di piccoli
demoni, agli angoli della bocca la lapidea saliva di gioie acquatiche,
nel muto sogghigno dei tempi del declino e della fine
dell’impero maniaco­depressivo e oligofrenico:
sulla cima della sete & di fontane inaridite al centro
di cittadine di provincia brilla sempre quel ragazzo
nudo di bronzo riverso sulla schiena dell’aquila
con una coppa vuota nella mano sinistra tesa
verso il nudo cielo;
in una sorta di semidimenticata quasisacralità di un gesto
di sacrificio & autopurificazione, pieno di inverosimili
inganni, illusioni ottiche, beffe, inchini, trucchi, trame
artificiose e ombre prolungate di opere liriche,
di cinema, di scale mobili, di botole & patiboli
stipati di attori fino all’orlo di un’esplosione
in cui si mescolano un potente annebbiamento e un lieve furore:
in una sorta di quasisacralità seminuda del risveglio
& del possesso onnicomprensivo combattono per la vita
e per la morte Fantasmi di nude pareti contro Fantasmi di canali spenti
e ammutoliti: si lanciano uno sull’altro e anche, in speculare
sincronia, ognuno dentro di sé dietro di sé contro di sé
fuori di sé, fino all’ultima goccia di vittoriosa disperazione per
aver annientato se stessi, fino al fiele
di una totale sconfitta al centro della propria armata irreale:
in una sorta di semisvelata quasivelatezza i soldati di entrambe
le Reti impenetrabili nella lenta e comune trance
di una stanchezza che si autoassale combattono furiosamente per
assorbire vasti e nebulosi piani di comunicazione senza
memoria e senza un solo comune ricordo ricevuto
o inviato, nel cuore di luoghi vivi e fra stelle
incompiute, arrampicandosi attraverso la botola della realtà
verso segnali vuoti:
un sibilo tra le divinità, un’intermittenza tra le frequenze.
Buia notte, buia intesa, buia contrada
& droga instancabile, apparizione illusoria e tremolante
nell’angolo più vicino: sulla sua mano sinistra di carta,
vuota e senza scrittura, scivola fluido
tutto il nostro delirio. Nessuna annotazione. Il presente perdura
in un luogo che non c’è e il suo sole non si spegne
neanche per un attimo. Strappiamo la mappa della nostra veglia.
Perdiamo facilmente la traccia in un sogno estraneo.
Terrore silenzioso che cresce dalle secche & dalla chiusura.
Un fugace e casuale autoscatto fino alle ginocchia,
(catturato) in uno specchio che si indurisce
Centauro imbizzarrito di biciclette infantili, incessante
ed estatica forza della fuga. Un genere di corpo veloce, una fisicità diversa.
Il luccichìo inatteso di uno sguardo estraneo emana un’umida fiamma.
Un manoscritto annerito con cura riga per riga
dalla stessa mano nel suo archivio notturno segreto.
Tracce evanescenti sulla superficie (dell’estate).
“Il visibile e l’invisibile divengono
categorie del discorso architettonico.
In un’epoca in cui così tanti spazi per uffici e
abitazioni sono in cerca di affittuari, il vuoto
pone di nuovo la domanda.” Un’aria alza un vortice
di polvere edilizia. Il sipario abbonda in oro. L’orchestra nella buca si addormenta.
Gli esperti della Società internazionale necronautica
(vedi www. international necronautical society) in una rigorosa
ricognizione aerea per determinare e rimuovere i tessuti
necrotizzati della memoria hanno scoperto una sede centrale “dell’abisso delle
informazioni (abyss of information)” in un territorio dov’è più intensa la comparsa
(di memoriali) di morti (lungo la tratta Prinz Albrecht
Terrain – Belbelplatz – Zimmer Strasse 86­91 – Zentralfriedhof
– Lichtenberg – Leipziger Strasse) in
zone visibili di Europolis, che ricomincia sempre dalla superficie
tra le tracce evanescenti di coloro che ora giacciono supini nell’erba di Tiergarten
sotto un cielo completamente vuoto. Che cosa c’è ancora dentro milioni
di silenziose scatole di scarpe?
Quale muro continua a crollare nell’ombra delle nostre teste?
Il Capitolium esulta nel sole obliquo del regno. Un intenso ronzio risuona
dall’alveare di vetro. L’asse nord­sud arde sotto la cenere della steppa interna
della città.
Il Checkpoint Charlie si è perso sul posto. L’immagine di un’identità che cresce
in mezzo all’area vuota e folle dell’INFO BOX
irradia i colori del sangue.
Spira un’antica passione senza oggetto:
un guerriero di pura astrazione, un segno ondulato
in cui possiamo identificare il corpo,
attraversa al galoppo i nostri luoghi ogni momento:
la mente lo cancella, il respiro lo inghiotte.
Il libro è aperto: mentre il cuore batte:
ha incassato il colpo: in esso è reale.
Il lampo apocalittico di un’illusione infesta la torre:
la violenza impallidisce: la mano destra sul foglio
annerisce bruscamente. La ferita da taglio è splendida. Il volto
trasuda. Il petto legge, la mano penetra
nel fuoco che sentiamo ardere dentro.
Agli angoli dei palazzi la memoria si proietta
su ombre in movimento che si incollano ai bordi
di strade indefinite, così come il grido “per sempre” resta incollato
al bordo di labbra aride. La lingua si oppone
dietro i denti, la parola langue. Le fontane
si sono asciugate alle soglie della primavera.
Il bambino si nasconde: mentre il cuore batte.
E una chiazza di sangue estraneo brilla sulla fronte.
I media tacciono. Il cielo è piatto. Il sole
non sorge, solo un fuoco scoppietta, fondendo
lentamente sulla pietra. Il calore germoglia,
la deterritorializzazione continua:
il bambino si nasconde in un luogo che
non c’è. Gli strati impercettibilmente
si raggruppano, il ghiaccio in silenzio scompare.
L’aria ha ripreso vita: senza il guanto nudo
il presente perdura solo fisicamente.
La trasparente mano silenziosa
si dirige verso un grido infantile, in un luogo che ancora
non esiste e il giorno vi matura dentro
come un movimento nell’uovo: archivio in fiamme,
tomba abbandonata dal corpo, vuota.
Romania - RUXANDRA CESEREANU

Poetessa, prosatrice e saggista. Attualmente è Professore Ordinario presso la Cattedra di Letterature Comparate, Facoltà di Lettere dell’Università di Cluj (Romania). Fa parte dello staff del Centro di Ricerca sull’Immaginario "Phantasma" della medesima Università, dove tiene atelier di scrittura creativa (poesia, prosa, film). È caporedattrice della rivista letteraria «Steaua». Ha pubblicato undici volumi di poesia: Zona vie (La zona viva, 1993), Grădina deliciilor (Il giardino delle delizie, 1993), Cădere deasupra oraşului (Caduta sopra la città, 1994), OceanulSchizoidian (L’Oceano Schizoidiano, 1998, II ed. 2006), Femeia-cruciat (La Donna-Crociato, Antologia, 1999), Veneţia cu vene violete. Scrisorile unei curtezane (Venezia con le vene viola. Lettere di una cortigiana, 2002), Kore-
Persefona (Kore-Persefone, 2004), Submarinul iertat (Ilsottomarino perdonato, in collaborazione con Andrei Codrescu, 2007), COMA (COMA, 2008), Ţinutul Celălalt (L’Altro Territorio, in collaborazione con Marius Conkan, 2011), California pe Someș (California sul Someș, 2014); sette volumi di prosa: Călătorie prin oglinzi (Viaggio attraverso gli specchi, 1989), Purgatoriile (I Purgatori, 1997), Tricephalos (Tricephalos, 2002), Nebulon (Nebulon, 2005), Naşterea dorinţelor lichide (La nascita dei desideri liquidi, 2007), Angelus (2010), Un singur cer deasupra lor (Un solo cielo sopra di loro, 2013). Quattro volumi dei suoi volumi di poesia sono stati tradotti in lingua inglese: Schizoid Ocean (Binghamton, 1997),Lunacies (New York, 2004), Crusader Woman (Boston, 2008), Forgiven Submarine (Boston, 2009). Nel 2012 è stata pubblicata presso la Casa Editrice Aracne di Roma un volume antologico in lingua italiana COMA tradotto da Giovanni Magliocco, nel 2015 sarà pubblicato un secondo
volume di poesie tradotto in italiano Venezia dalle vene viole. Lettere di una cortigiana, sempre nella traduzione di Magliocco. Ha partecipato a numerosi Festival letterari e ad incontri poetici in Italia con recital di poesia: a Venezia, Torino, Genova, Padova, Firenze, Arezzo, Roma, Bari, Gavoi e Cosenza.
Ph © Catalina Flaminzeanu
franjurii
am încercat să nu vorbesc despre moarte
să nu o amîn în măruntaie
să nu o preschimb într–o materie ultragiată
să nu greşesc faţă de ea
viaţa mea a fost cu franjuri obişnuiţi
am fost uneori fericită alteori bolnavă
m–a durut pielea
am iubit am urât am iubit
am luat–o de la capăt
am şi cântat cu vocea mea groasă
am şi plâns puţin
m–am parfumat cu givenchy
am mirosit a cadavru proaspăt
am fost un carusel sclipicios
ca un licurici pe piedestal
apoi într–o zi am zărit o lumină­ntre coapse
şi printre degete răsfirându­se
m­am dus după lumina aceea
dincolo de ferestrele casei mele
dincolo de oraş de patrie de onoare
dincolo de numele meu şi de cine sunt eu
şi doar găsindu–mă dincolo
singură şi femeie
am înţeles că nu mă mai pot întoarce vreodată cu adevărat.



florăreasa
cred că eşti moartea care va veni în formă de bărbat
pentru că moartea nu poate fi decât un bărbat
singur zgribulit şi beat
în nici un caz moartea nu este femeie
nici măcar suprafemeie cu trupul perfect ascuţit ondulat
doar bărbat poate fi bărbat matur cu sexul mat
florăreasa de mine nu îl aşteaptă să­i cadă la pat
balena sinucigaşă îl zăreşte la mare depărtare
cum stă şi bea tequila cu mişcări încetinite dintr–o sticlă pe sfert
sunt deja drogată după el bărbatul mahmur
părăsit de alte femei dar deloc fragil ori steril
cu tărie de beznă cu gust de sticlă pisată
după o noapte de dragoste la distanţă
îl simt ca o ghirlandă pe şold
precum metisele din hawai
descolăcesc părul în şuviţe de şopârlă
ca să­l clocesc până va fi fluture cap de mort
în uterul meu de iasomie­n saramură
stă bărbatul care e moartea şi bea tequila
îl zăresc de departe îi fac semn de rămas bun cu năframa
el coboară pe scara rulantă spre mine
apoi aprinde un licurici şi–mi arde părul tăiat
părul ars pentru el pentru moartea mea bărbătească de bărbat.



tăgăduirile
nu e vina mea că am sânge şi carne de femeie
ori că rostesc cuvintele femeieşte
crud înseamnă să îţi tai părul
să îţi simţi limba în gură o tulpină crestată
să rămâi în tristeţe ca într–un ou cleios
să faci abstinenţă–n zadar
nu sunt foarte tânără nici foarte bătrână
beau cafea în fiecare dimineaţă
şi spun o rugăciune de întreţinere
mă agăţ de ultimele fâşii ale nopţii peste oraş
viaţa se scurge prin conducte
membranele incolore şi reci
străbat gura ca nişte păpuşi logodite
din când în când o înmormântare de serviciu
cineva a murit nu ştiu unde
era alcoolic murdar nedorit
avea plămânii înveliţi în fum cubanez
încep să fac dansul crabului ghemuită sub un cort de argint
acolo pot sta agăţată de corali
pot uita de obiecte oameni şi animale
acolo dumnezeu stă ca o matahală
fără să ştie ce caută.

Traduzione di Giovanni Magliocco.
frange
ho cercato di non parlare della morte
di non averla nelle viscere
di non tramutarla in una materia oltraggiata
di non sbagliare nei suoi confronti
la mia vita ha avuto frange usuali
a volte sono stata felice e a volte malata
mi ha fatto male la pelle
ho amato ho odiato ho amato
ho ricominciato tutto daccapo
ho anche cantato con la mia voce roca
e ogni tanto ho pianto
mi sono profumata con il givenchy
e ho emanato odore di cadavere fresco
sono stata un carosello scintillante
come una lucciola su un piedistallo
poi un giorno ho intravisto una luce spargersi
fra le cosce e fra le dita
sono andata dietro quella luce
al di là delle finestre della mia casa
al di là della città della patria dell’onore
al di là della mia identità e del mio nome
e solo quando mi sono trovata da quell’altra parte
donna e sola
ho compreso che davvero non potrò ritornare mai più.



la fioraia
credo che tu sia la morte che verrà sotto forma di uomo
perché la morte non può che essere un uomo
solo ubriaco e intirizzito dal freddo
in nessun caso la morte è una donna
nemmeno una superdonna dal corpo affilato ondulato perfetto
solo un uomo può essere un uomo maturo col sesso opaco
la fioraia che c’è in me non vuole ancora farci l’amore
la balena suicida lo scorge a grande distanza
mentre da una bottiglia mezza vuota beve lentamente tequila
sono già drogata di lui dell’uomo ubriaco
abbandonato da altre donne ma per niente sterile o fragile
ha il potere dell’oscurità e il sapore del vetro tritato
dopo una notte d’amore a distanza
è una ghirlanda sui miei fianchi
come le hawaiane sciolgo i capelli in ciocche di lucertola
per covarlo finché non sarà una farfalla testa di morto
nel mio utero di gelsomino in salamoia
c’è l’uomo che è la morte e beve tequila
lo scorgo da lontano e con il fazzoletto gli dico addio
sulla scala mobile scende verso di me
poi accende una lucciola e mi brucia i capelli tagliati
i capelli bruciati per lui per la mia morte virile per la mia morte maschile.



smentite
non è colpa mia se ho sangue e carne di donna
o se pronuncio le parole in modo femminile
crudele significa tagliarti i capelli
sentire la tua lingua in bocca un tronco scorticato
rimanere nella tristezza come in un uovo vischioso
fare invano astinenza
non sono giovanissima e neanche troppo vecchia
bevo caffè ogni mattina
e dico una preghiera per sopravvivere
mi aggrappo agli ultimi scampoli della notte che fluttuano sulla città
la vita scorre giù nei condotti
le membrane fredde e incolori
come bambole fidanzate attraversano la bocca
ogni tanto un funerale ordinario
è morto qualcuno non so dove
era alcolizzato sporco indesiderato
i polmoni avvolti in spirali di fumo cubano
sotto una tenda d’argento comincio a fare la danza del granchio
là posso aggrapparmi ai coralli
posso dimenticare oggetti uomini e animali
là dio resta immobile come un colosso senza sapere che cosa sta cercando.
Portogallo - ANA LUÍSA AMARAL
Professoressa presso la Facoltà di Lettere di Porto, há ottenuto un Dottorato su Emily Dickinson. Ha pubblicato, com Ana Gabriela Macedo, il Dicionário de Crítica Feminista (Afrontamento, 2005) e coordinato l’edizione critica delle Novas Cartas Portuguesas (Dom Quixote, 2010). Coordina in questo momento il progetto internazionale, finanziato dalla FCT, Novas Cartas Portuguesas 40 anos depois, che cpoinvolge 13 equipe internacionali e oltre 10 paesi. Sta preparando due libri di saggi. È autrice di oltre venti libri, di poesia (Minha Senhora de Quê, 1990, Coisas de Partir, 1993, Às Vezes o Paraíso, 1998, Imagens, 2000, Imagias, 2002, A Génese do Amor, 2005, Entre dois rios e outras noites, 2007, Inversos, Poesia 1990-2010, 2010, ou Vozes, 2011), di teatro (Próspero morreu, 2011), di letteratura infantile (Gaspar, o Dedo Diferente,1998, A História da Aranha Leopoldina, 2011, A Temp tradotto diversi autori, tra i quali John Updike ou Emily Dickinson. Le sue opere più recenti sono il romanzo Ara (Sextante, 2013), Escuro (Assírio & Alvim, 2014), Emily Dickinson: Duzentos Poemas (Relógio D’Água, 2014) e E Todavia (Assírio & Alvim, 2015). I suoi libri sono stati pubblicati e tradotti in diversi paesi, tra cui Brasile, Francia, Svezia, Olanda, Venezuela, Italia,Colombia, e presto, Germania, Argentina e Messico. Entro la fine dell'anno uscirà nel Regno Unito di un libro di saggi sul suo lavoro, così come un'antologia delle sue poesie. Sono stati rappresentati a teatro e sono state realizzate letture sceniche basate sui suoi libri di poesia e di letteratura infantile (come O olhar diagonal das coisas, A história da Aranha Leopoldina, Próspero morreu ou Amor aos Pedaços). Ha ottenuto diversi premi, tra cui il Prémio Letteraio “Correntes d’Escritas”, il Premio di Poesia Giuseppe Acerbi, il Grande Prémio de Poesia della APE (Associação Portuguesa de Escritores) e il Prémio PEN, di Narrativa.
BEATRIZ FALA A DANTE
Mas, viva,
no teu desejo
não anseio por morrer:
morrendo no teu desejo
desejo, em carne,
viver
E se o viver se confunde,
assegurando a esperança,
toda a mudança pressente
o que a verdade não muda,
nem a carne representa,
nem abriga o maior tempo,
nem desabriga
a mudança
E, meu amado, o desejo:
o caminho mais suave
para o céu em que te sonho:
diz­me onde devo deter­me,
diz­me onde devo perder­me,
pois que perder­te:
o inferno
Que a morte
não surja doce
nem chegue nunca
a chegar
Nestes versos
te mantenho,
neles
te faço viver
E para sempre serás,
mesmo se em carne
morreres
E, vivo,
no meu desejo,
desobrigarás a morte,
desobrigarás o tempo,
assegurando a esperança
do mais eterno presente:
o do céu
em que nos sonho
Por minha crença e vontade,
por meu amor e meus modos,
pelo abismo de amar­te



DANTE RESPONDE A BEATRIZ
Irei por montes
do que é alma tua
e em teus olhos verei,
amada alma,
o centro dos meus olhos:
a mais perfeita esfera
como a íris
do mundo que te habita
Guardarei os teus sonhos
com o manto
mais brando do pensar
E das fronteiras
que mais longe forem
hei­de trazer­te flores,
e mel, e riso
Pressentirás, en tão,
o que a nem Deus
ousara confessar:
que Deus sucumbiria
ao teu olhar,
ou por eles trocava Glória
e Tempo –

Traduzione di Livia Apa.
BEATRICE PARLA A DANTE
Ma, viva,
nel tuo desiderio
non anelo la morte:
morendo nel tuo desiderio
voglio, nella carne,
vivere
E se il vivere si confonde,
assicurando la speranza,
ciò che cambia presagisce
quello che la verità non cambia,
nè la carne rappresenta,
nè accoglie il tempo più lungo,
nè rifiuta
il cambiamento
E, mio amato, il desiderio:
il cammino più soave
per il cielo dove ti sogno:
dimmi dove mi devo fermare
dimmi dove mi devo perdere
visto che perderti:
è l’inferno
Che la morte
non sorga dolce
nè giunga
mai ad arrivare
In questi versi
ti conservo
in loro
ti faccio vivere
E sarai per sempre,
anche se nella carne
morirai
E, vivo,
nel mio desiderio,
libererai la morte,
libererai il tempo
assicurando la speranza
del presente più eterno:
quello del cielo
dove ci sogno
Per mio credo e volontà,
per il mio amore e i miei modi,
per l’abisso di amarti –



DANTE RESPONDE A BEATRIZ
Andrò per monti
di quello che è l’anima tua
e nei tuoi occhi vedrò,
anima amata,
il centro dei miei occhi:
la più perfetta sfera
come un iride
del mondo che ti abita
Conserverò i tuoi sogni
come un manto
più lieve del pensiero
E dalle frontiere,
le più lontane,
ti porterò fiori,
e miele, e riso
Vedrai, allora, quello che nemmeno a Dio
ho osato confessare:
che Dio avrebbe ceduto
al tuo sguardo
dando
in cambio Gloria
e Tempo

Polonia -KRYSTYNA DĄBROWSKA

Nata nel 1979, poetessa, saggista, traduttrice, laureata all’Accademia delle Belle Arti di Varsavia. Autrice delle raccolte di poesie: Biuro podróży /Agenzia di viaggio (2006), Białe krzesła /Sedie bianche (2012), Czas i przesłona / Tempo e diaframma (2014). Nel 2013 ha vinto in Polonia due prestigiosi premi letterari: Premio Wisława Szymborska e Premio Kościelski, entrambi per il volume Białe krzesła / Sedie bianche, edizioni Wojewódzka Biblioteka Publiczna, Centrum Animacji Kultury di Poznan. Pubblica nelle riviste: „Literatura na Świecie”, „Nowe Książki”, „Kwartalnik Artystyczny”, „Kultura Liberalna”. Ha tradotto in polacco tra l’altro le poesie di W. C. Williams, W. B. Yeats, Thomas Hardy, Thom Gunn, Charles Simic e le satire di Jonathan Swift (La battaglia dei Libri; La favola della botte, WUW 2013). Le sue poesie sono state tradotte in inglese, tedesco, russo, svedese, ed in italiano e pubblicate nelle riviste di letteratura (Akzente, Sinn und Form, Harper's Magazine). Vive attualmente a Varsavia.
Ph © Maciej Grzybowski

MIASTO UMARŁYCH
Na sznurach rozciągniętych między nagrobkami
kobieta wiesza świeżo upraną bieliznę.
Podnosi ręce jak w niemym lamencie,
żeby przypiąć klamerką majtki czy koszulę.
Halki, prześcieradła tańczą wśród kamieni.
Wokół mauzolea, w których żyją ludzie:
sublokatorzy umarłych i stróże ich spokoju.
Wszędzie tupot dzieci,
grają w piłkę, groby to ich bramki.
Matka woła je na obiad, a jej głos
miesza się z trwającą w kaplicy modlitwą.
Słońce. Kurz pustyni. Bielizna schnie szybko,
wiejąc resztką wilgoci na cmentarną ziemię.
Przed drzwiami mauzoleów sąsiedzi przy herbacie,
spędzają popołudnia w skąpym cieniu grobów,
przywiązani do nich tak jak sznury z praniem.



SZARY I RUDY
W środku miasta, na skraju osiedla.
Gdzie asfaltową ścieżką idzie chłopak z psem,
a na ławce staruszka wyjmuje kefir z siatki.
Nad nimi one. Mieszkają blisko siebie,
ale w osobnych dziuplach. Nawet nie mrugną
na kłębiące się wokół kawki i wrony.
Jednego długo szukam wzrokiem.
Jest szary, w kolorze kory dębu, o, to on –
szczelnie wypełnia sobą owalną wnękę,
równocześnie ukryty i widoczny.
Nie przeszkadza mu, że słyszy stąd ulicę,
szum tramwajów, i że ma gniazdo tuż pod blokiem.
Posągowy jak bożek w ołtarzowej niszy
albo portret przodka w medalionie.
A na dębie obok, zobacz, drugi: rudy płomień
przycupnął na kikucie po ściętym konarze.
To on i ona. Nie znieśliby sąsiedztwa,
gdyby nie byli parą. Krążymy pod drzewami:
puchate głowy, dotąd nieruchome,
obracają się lekko i spod pierzastych brwi
śledzą nas zmrużone ciemne oczy.
Rudy i szary, cisza i dźwięk, ogień i popiół.
W dzień każde sennie czuwa, czujnie śni
z ostrzem dzioba wtulonym w miękkopióry pancerz.
Dopiero nocą w naszym śnie zrywają się do lotu.

Traduzione di Leonardo Masi
LA CITTÁ DEI MORTI
Sui fili tirati fra le tombe
una donna stende i panni.
Alza le braccia come in lamento muto
e attacca la molletta alle mutande.
Sottabiti, lenzuola danzano fra le pietre.
Intorno i mausolei, dove vive la gente:
subaffittuari dei morti, guardiani della loro pace.
Ovunque scalpitare di bambini,
giocano a pallone, le tombe fanno da pali.
La madre chiama a tavola e la sua voce
si mescola alla preghiera dalla cappella.
Sole. La polvere del deserto. I panni si asciugano presto
soffiando i resti dell’umidità sulla terra del cimitero.
Davanti alle porte dei mausolei i vicini prendono il tè,
trascorrono i pomeriggi all’ombra avara delle tombe,
attaccati ad esse come i fili col bucato.



GRIGIO E ROSSO
In mezzo alla città, ai margini dell’isolato.
Là dove un ragazzo col cane cammina sul vialetto
e su una panchina una vecchietta tira fuori il kefir da una busta.
Sopra ci sono loro. Abitano vicino,
ma in due buchi diversi. Non li scompongono
i nugoli di taccole e cornacchie intorno.
Uno l’ho cercato a lungo con lo sguardo.
È grigio, ha il colore della corteccia della quercia, oh, eccolo,
occupa per intero lo spazio del buco ovale,
nascosto e visibile al contempo.
Non lo disturba che si senta la strada,
il rumore dei tram e che il suo nido sia sotto al caseggiato.
Statuario come un dio nella sua nicchia d’altare
o il ritratto di un avo in un medaglione.
E sulla quercia accanto, guarda, c’è l’altro: fiamma rossa
accovacciata sul moncherino del ramo potato.
Sono maschio e femmina. Se non fossero una coppia
non sopporterebbero la vicinanza. Giriamo sotto gli alberi:
le teste soffici, finora immobili,
si girano di poco e da sotto le ciglia pennute
due occhi ci seguono socchiusi e neri.
Rosso e grigio, silenzio e suono, fuoco e cenere.
Di giorno ognuno di loro assonnato vigila, sogna attento
con la punta del becco appoggiato sulla corazza di piume.
Poi di notte nei nostri sogni si alzano in volo.
Italia-SILVIA BRE
Poeta e traduttrice. Ha pubblicato, tra l'altro, Le barricate misteriose (Einaudi 2001) premio Montale, Sempre perdendosi (nottetempo 2006) premio Montano, Marmo (Einaudi 2007) premio
Viareggio, premio Mondello, premio Frascati. Ha tradotto, tra l'altro, da Emily Dickinson Centroquattro poesie (Einaudi 2011) e Uno zero più ampio (Einaudi 2013), Il canzoniere di Louise Labé (Classici Mondadori, 2000), Il giardino di Vita Sackville-West (Elliot, 2013). Nel 2010 ha vinto il premio Cardarelli per la poesia. In aprile uscirà la sua più recente raccolta di poesie: La fine di quest'arte (Einaudi, 2015).
Ecco la notte, ciò che ti oltrepassa
e ti lascia dove non sei
dentro un altro dominio
dentro un altro.

Solo un gallo ancora muto che non vedi
è più che mai il suo canto
nell’aperto di un’idea, in un’alba
che viene e viene tanto che ti svegli.

Se il nostro luogo è dove
il silenzioso guardarsi delle cose
ha bisogno di noi
dire non è sapere, è l’altra via,
tutta fatale, d’essere.
Questa la geografia.
Si sta così nel mondo
pensosi avventurieri dell’umano,
si è la forma
che si forma ciecamente
nel suo dire di sé
per vocazione.

Come quando in una qualche stagione
spicca l’istante che la farà nostra
– bagliore
che porta alla ricerca
di quell’orma precisa in cui tornare –
abbasserò gli sguardi,
sarò la confluenza e il suo valore
tra tutto il verde calcato dalle suole nei prati d’Italia
e la vetta del sole,
maestro elementare di durata,
sarò lentezza secolare del pensiero
a fronte dell’immagine in fuga.

Sono già insieme
le due movenze estreme e senza scampo –
bella difficoltà di dirle bene
per l’unica persona che le sente.

È come tutti,
contiene la città enorme in cui cammina,
si attiene, nell’andare, alla sua morte –
il sonoro è il vento,

un accompagnamento primordiale,
basta aderire senza toccare nulla
a lei che s’accontenta di portarle.
La sua realtà è mia arte.

Ma pensare, pensare è affrancarsi,
mente che sogna addormentata nella terra:
in te che mi riguardi e sei
quello che sono
distendo questo mio corpo fedele
nato per raccontare della luna
quando va via da sé
quando senza più noi va da nessuno.

Ma se quelli raccolti intorno a un fuoco
i rapiti da una così lontana cosa da non essere lì
se quelli che sono qui perché son corsi
dietro un'immagine che li ha trapassati prima di andarsene
e dunque noi che sentiamo le voci
venire dalla notte
con le nostre parole e altri accenti
il loro insieme barbaro che sa le storie delle pietre
degli oceani
noi tradotti nel luogo sconosciuto per essere lacune di altri luoghi
segreti vivi che si pentono di non poter tacere

                                                          alba ti alzi
                         cos'hai da raccontare che non sia
quello che porti nelle tue cellule di sole
INTERMINABILE
E tu, scappata
dal fiumare delle vite
tutte insieme
verso quel loro centro

con un corpo
di tragedia in tragedia più leggero

senza ragione alcuna
sei con noi

scorri nelle persone
come fa un momento
dal quale uscire in ignoranza pura
vagabondi

tra i gridi di paura e d'invenzione
di chi è venuto a crescere qui

qualcuno chiama luce
l'onda di buio che sbatte contro gli occhi
nei giorni
ma fare da porta alla testimonianza
ha pure una dolcezza infine

dire io e subito assopirsi
in un incantamento
tra l'infuriare delle differenze

e dire tu, salto che strappa
a morire più in là
contro il petto di qualcuno che hai sognato

perché i vivi
li avvince una cadenza
e serve dare un tempo
per averlo

e per la verità servono pesi di piombo
legati ai piedi
il dolore primario
da cui per caso spicchi con un guizzo
la contromossa:

questo sobborgo di palafitte
dove l'acqua non si allontana
troppo dal cielo
e confonde anche noi
specchio di specchi
con qualche cosa che non smette mai

mentre il reale brilla
e vedere è tutto un mancamento
si sente fluttuare il tuo nobile nulla

se da tanto fragore io ti parlo
ora come ora
senza colare a picco
se io parlo così
come a nessuno e dico
in bilico nel vento della memoria
questo orizzonte umano da fissare

è perché vado poesia
nel tuo mobile senso
scia di una felicità
della cui apparenza vivo
Germania - NORA BOSSONG
Nasce nel 1982 a Brema e vive attualmente a Berlino. Studia antropologia culturale, filosofia e letteratura a Berlino, Lipsia e Roma. Le sue ultime produzioni comprendono il romanzo Gesellschaft mit beschränkter Haftung (“Società a responsabilità limitata”, Hanser 2012) e la raccolta di poesie Sommer vor den Mauern (“Estate di fronte alle mura”, Hanser 2011), per la quale è stata premiata con il Peter-Huchel-Preis. Inoltre scrive saggi ed articoli tra gli altri per i giornali ZEIT, TAZ e FAZonline.
Ad agosto sarà pubblicato il suo romanzo su Antonio Gramsci, sempre per la casa editrice Hanser.
Ph © Rabea Edel

Leichtes Gefieder
Vielleicht zu spät, als eine Krähe
unsern Morgen kappt. Ein Schlag.
Und ob sie fällt und ob sie weiterfliegt ­
Ich frag zu laut, ob du noch Kaffee magst.
Dein Blick ist schroff, wie aus dem Tag gebrochen.
Es riecht nach Sand. Du fragst mich, ob ich wisse,
dass Krähen einmal weiß gefiedert waren.
Ich lösch die Zigarette aus, ich wünsch mich
weg von hier, ich möchte niemanden,
ich möchte höchstens einen andern sehen.
Du nennst mich: Koronis. Ich zeig zum Fenster:
Sieh doch, die Aussicht hat sich nicht verändert!
Was gehen dich die Stunden an, die du nicht kennst?
Ich will nur Mädchen sein, nicht in Arkadien leben.
Dein Nagel scharrt noch in der Asche,
doch du bist still, als wärst du fort.
Ich bin zu leicht für deine Mythen.



Ararat
In diesem Sommer brach der Regen
über ganz Europa tropisch oder
wie manche sagten, sintflutartig herein.
Ich sah Wassermassen in den Straßen,
sah vergessene Tiere, phantastische Insekten,
all diese nichtüberlieferten Träumer
hinabwirbeln in Gullyschächte.
Menschen irrten durch die Fluten.
Am Ararat zerschellte eine Arche.
Ich blieb ungerührt und glaubte nicht
an den Sog der Gezeiten, stand
auf meinem Hausdach, genügte mir selbst.
Tauben flogen um mich. Es wurde Herbst.

Traduzione di Camilla Miglio
Piumaggio leggero
Troppo tardi forse, e una cornacchia
ci trancia il mattino. Un colpo.
E che cada e che vada via –
che tu voglia ancora caffé, ti chiedo a voce troppo alta.
Il tuo sguardo è rude, come sorto dal giorno.
Odore di sabbia. Mi chiedi, sapevi
che un tempo le cornacchie erano bianche.
Spengo la sigaretta, vorrei
essere altrove, vorrei vedere – nessuno
o almeno qualcun altro.
Mi chiami: Koronis. Indico dalla finestra:
Guarda, la vista non è cambiata!
Che t’importa delle ore sconosciute?
Voglio essere una ragazza e basta, non vivere in Arcadia.
Il tuo chiodo fruga ancora nella cenere
Ma resti in silenzio, come assente.
Troppo leggera io, per i tuoi miti.



Ararat
Quest’estate la pioggia è caduta
su tutt’ Europa, proprio tropicale o
come dicevano alcuni, da diluvio universale.
Ho visto masse d’acqua nelle strade
e bestie dimenticate, insetti fantastici
tutti questi sognatori non pervenuti
vorticare nei tombini.
La gente vagava tra i flutti
sull’Ararat andava in pezzi un’arca.
Resto indifferente e non credo
al risucchio delle maree, sto
in piedi sul tetto di casa, basto a me stessa.
Intorno a me volano colombe. Si fa autunno.
Croazia - SARAH ZUHRA LUKANIĆ
È nata in Croazia. Dopo gli studi classici, si è laureata in Letteratura all’Università di Fiume. Ha lavorato come addetto stampa per il Teatro Nazionale di Spalato e ha collaborato con quotidiani e periodici occupandosi di critica teatrale. Nel 1987 si è trasferita a Roma dove tutt’ora risiede. Dal giugno 2005 ha scelto di scrivere in lingua italiana e ha conseguito diversi riconoscimenti in alcuni importanti concorsi letterari. Dal 2006 collabora stabilmente con il settimanale “Internazionale” e partecipa ai progetti della Bottega Interculturale del Premio Solinas. Nel 2007
è stato pubblicato il suo primo romanzo “Le lezioni di Selma” (Libribinchi Edizioni) è stato decine di volte preso come tema per tesi di laurea e vari dottorati di ricerca sulla guerra e la condizione della donna. Suoi pubblicazioni (Nazione Indiana, Internazionale, Lettera Internazionale, Lo Straniero Per la Scena, Ateniesi, Donneuropa, Accattone, El-Ghibli, Sagarana, Concorso Lingua Madre e vari siti web. Inoltre è responsabile per l'organizzazione eventi e partecipazione a bandi nazionali ed europei.
Dal 2009 fa parte della Compagnia delle Poete. Coideatric parte del Comitato Promotore di un CENTRO INTERCULTURA per Roma.
Ph © Dino Ignani
Hej ti ptico grabljivice
Prepoznajem te ptico grabljivice
Osjećam tvoje kandže kako grebu moje meso mlado mlado
Zadihana si na mom podignutom reveru
I ti nosi nosi tvoja jaja svakidašnje jadikovke
Nije te briga za ustačca moje gladne djece
Činiš mi se gotovo lijepa
U tvom ženstvenom letu
Preživljavam žvačući suho voće preostalo u staklenkama sretnijih trenutaka
U borama vremena očajničkog i ustajalog
Uzgajam koprive za prekriti moje tijelo zagađeno gradskom kaljužom
Ne plačem
Ne plačem
Suze mi služe samo za zalijevanje isušenih uspomena
Slike obitelji ne posjedujem
Da bih čučnuo i slušao cviljenje moje nesretne djece
Prepoznajem te ptico grabljivice
Sakupljam tvoje perje veličanstveno koje ostavljaš za sobom između pritvorenih
prozora
I ne plačem
I ne plačem
Gledam pakleno sunce ravno u oči
Pokrivam se pogrebnim plaštom
Jedna peruanska paraca
U zabludi da bi negdje drugdje sve bilo različito
Ali ti bi me zasigurno pronašla
I tamo u tuđini.



Ljepota neće spasiti svijet, moj Giacomo
Ljepota neće spasiti svijet, moj Giacomo
Ostat će milosrdni sumraci između uzdisaja duša pezzentelle
Blagost stropova gdje se ljuljaju stihovi poprečeni
Kao povješano rublje nakon kiše
Zaboravljeno i gotovo pepeljasto sivo
Duge ograde
Nijedan zdenac za krštenje pjesnika
Pretvorbeni hod u tvojim stihovima
Bez kupnje blaga
Sa žuljom u sred djetinjastih grudi
U tvojim i našim tišinama
Proletjet će pastiri i trgovci već umorni od života
Koji je samo presušeno jezero bez poezije
Obeščašćena crkva bez mirisa tamjana
Rim sveta zaštitnica same sebe ponudila ti se
Raspuštenica i skromna
Tako pričaju
Počastimo ih mi vesela skupina duša poklonica Leopardija
Ponudimo plišani jastuk za tvoje pjesme
Moglu li se usuditi ja mušica koja je doletila iz daljine
Sa strane Tibera one najljepše
Baciti ruke oko tvoga vrata?
Izmišljati da je moj Predsjednk postao mudar i neudoban pjesnik
Pronaći utočište jedino to možemo
Zaštititi se tvojim stihom to nam je dostupno
Jedan dragi štit u dragim brodolomima.
Uno scudo dolce nel dolce naufragar

Traduzione Sarah Zuhra Lukanic
Ehi tu uccellaccio rapace
Ti riconosco uccellaccio rapace
Sento le tue unghia afferrare la mia carne fresca fresca
Stai ansimando sul mio bavero innalzato
E covi covi disgraziata coincidenza quotidiana
Non hai cura delle boccucce dei miei figli affamati
Quasi bella mi sembri
Nel tuo volo elegante
Per sfamarmi mastico la frutta secca rimasta nei barattoli dei tempi felici
Nelle pieghe dell’epoca sciagurata e ferma
Coltivo ortica per coprirmi il corpo innestato dall’inquinamento urbano
Non piango
Non piango
Le lacrime mi servono per annaffiare i ricordi prosciugati
Neanche le foto dei famigliari
Per accucciarmi e udire il guaito dei miei figli infelici
Ti riconosco uccellaccio rapace
Raccolgo le tue piume maestose che tralasci tra le finestre socchiuse
E non piango
E non piango
Guardo il sole cocente diritto negli occhi negli occhi
Mi copro con il manto funerario
Una paraca prehispanica peruviana
E m’illudo che altrove sarebbe stato diversamente
Ma tu mi avresti trovata
Anche là.



La bellezza non salverà il mondo, Giacomo mio
La bellezza non salverà il mondo, Giacomo mio
Rimaranno crepuscoli misericordiosi in mezzo ai respiri dell’anime pezzentelle
Clemenza dei soffitti da dove dondolano versi trasversi
Come panni stesi dopo la pioggia
Dimenticati e oramai cenerini
Balaustre lunghe
Nessuna fonte battesimale per poeti
Un camino di conversione nel verso tuo
Senza comprare il tesoro
Con una vescica in mezzo al petto fanciullesco
Tra i silenzi tuoi e nostri
Passeranno pastori e mercanti affaticati dalla vita
Che è soltanto un lago prosciugato senza poesia
Una chiesa sconsacrata senza odore dell’incenso
La Roma santa protettrice di se stessa ti spuntò davanti
Squallida e modesta
Così si narra
Omaggiamola noi un gruppetto allegro d’anime leopardate
Per offrire cuscino felpato ai tuoi canti
Posso io un piccolo moscerino di altrove
Sulla riva del Tevere, quella più bella,
Gettare le braccia al tuo collo?
E far finta che il mio presidente è diventato un poeta saggio e scomodo
Rifugiarsi, solamente quello possiamo
Proteggersi con il tuo canto ci è permesso
Uno scudo dolce nel dolce naufragar
Bulgaria- ELIN RAHNEV
E' un poeta, scrittore, drammaturgo e giornalista bulgaro. Nato il 3 luglio 1968 a Sofia. Si laurea presso l’Università di Sofia “San Clemente D’Ocrida” e più tardi si specializza in regia teatrale presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica nella classe del celebre regista bulgaro Krikor Azarian. Scrive per i quotidiani “Il giorno” (Денят) e Continente” (Континент). Per quattro anni è caporedattore della rivista di letteratura e poesia “Vitamina B”. Dal 2000 al 2003 è drammaturgo principale presso il Teatro Nazionale “Ivan Vazov”, dove crea anche lo spazio scenico “Teatro all’ultimo piano”. Dal 2006 al 2009 diventa rammaturgo principale presso il Teatro satirico “Aleco Constantinov”. Fondatore e sceneggiatore delle trasmissioni “Cerchi” (Televisione Nazionale Bulgara), “Non-valido” (BTV), “Art traffico” (Pro.BG), è anche autore nella trasmissione “Panorama” e nelle riviste “Tema” ed “Ego”.
Autore delle raccolte di poesie “Esisto” (Съществувам), “Sventolare il crocus” (Развяване на минзухара), “Ottobre” (Октомври), “Canela” (Канела) e dei testi teatrali “Fagioli” (Боб), “Flaubert” (Флобер), “La finestra di Ionesco” (Прозорецът на Йонеско), “Il cuculo” (Кукувицата), “Fan” (Фенове), “Test“ (Тест), “Amore” (Любов) ed altri. Le sue poesie e i suoi lavori teatrali sono stati tradotti in più di 20 lingue. Nel 1992 vince il primo premio del concorso poetico “Veselin Hancev” per la sua prima raccolta di poesie “Esisto” (Съществувам) e nel 1999 il premio “Ivan Nikolov” per “Ottobre” (Октомври). E' vincitore dei premi teatrali “Ikar” per la drammaturgia nel 1999 per “Fagioli”, nel 2003 per “Fan” e ha conseguito il premio “Askeer” per “Test”.
BLUES 3
Тя се качва към къщата,
ходила е да пазарува. В мрежата има праскови,
спанак и ядки. Вгледала се е в стълбите и се
качва полека. Сенките под очите й са гъсти
и квадратни. В дъното на очите й има още
някакви работи.

Някъде през октомври стоим двамата,
масата е кипнала от бутилки вино. Танцуваме
в тебеширената стая. Пуснали сме си някаква плоча.
Тя пее, танцува и пие почти едновременно.
Сребристите й движения се катерят по стените.
Аз малко се срамувам.

Сутрин тя отива на работа. Качва се в един прозрачен
тролей. Вътре мирише на бира и лавандула. Аз после
отварям гардероба й. Гардеробът е пълен с импресии.
Роклите й се полюшват. Имат си очи и рамене. Понякога
треперят, все едно е студено. Аз се замислям за
нея. Тя танцува в прозрачния тролей.

У дома има два-три паяка. Тя винаги ги гали по
муцуните. Стъгно й е. След това се поглежда в огледалото,
остава в него няколко минути. Понякога, докато стои така,
си мисля най-различни работи. Цялата се сгъстява. После
си слага друга рокля на квадратчета и зелени портокали.
Тази вечер е щастлива, но малко.

Някакъв дъжд ни валя в Несебър. Аз я целувам по рамото.
Тя влезе отсреща в книжарницата и си купи Езра Паунд.
Докато я гледах как отива към книжарницата, се разцепих.
Когато излезе, от косите й падаха цветни вадички. После,
двамата продължихме нататък - някаква барманка много
ни се зарадва и ни почерпи бира.

Един път я снимах вкаменена до едно дърво. Отстрани по
пейките седяха старци и четяха вестници. Отгоре пъшкаха
облаците. Тя обаче се беше изправила на пръсти. Аз се
притесних и не можах да я снимам добре. Тя се подхлъзна
в себе си и се разплака. Тогава я ревнувах за първи път.
Някакви деца излетяха край нас, качени на скейтбордове.

Тя сега се качва към къщата,
ходила е да пазарува. В мрежата има праскови,
спанак и ядки. Вгледала се е в стълбите и се качва
полека. Сега ще отключи вратата, докато си говори със
съседката. Аз я чакам вече няколко минути и докато я
чакам, си мисля как се качва по стълбите.

Traduzione del Prof. Giuseppe Dell’Agata.
Blues 3
Lei sale verso casa,
è stata a far la spesa. Nella retina ha pesche,
spinaci e noccioline. Ha fissato gli occhi sulle scale e
sale lentamente. Le ombre sotto i suoi occhi sono fitte
e quadrate. Nel fondo dei suoi occhi ci sono ancora
altri pensieri.

Da qualche parte in ottobre stiamo tutti e due insieme,
la tavola trabocca di bottiglie di vino. Balliamo
nella stanza di gesso. Abbiamo messo un disco.
Lei canta, balla e beve quasi contemporaneamente.
I suoi movimenti argentei si arrampicano lungo i muri.
Io mi vergogno un tantino.

La mattina lei va al lavoro. Sale su un autobus
trasparente. Dentro casa c’è odore di birra e di lavanda. Io poi
apro il suo armadio. L’armadio è pieno di impressioni.
Le sue gonne dondolano. Hanno occhi e spalle. A volte
tremano, come se facesse freddo. Io mi metto a riflettere su di
lei. Lei danza sull’autobus trasparente.

In casa ci sono due o tre ragni. Lei li carezza sempre sui
musini.E’ triste e trasognata. Poi si guarda allo specchio,
e rimane in lui qualche minuto. A volte, finché sta così,
penso a cose più diverse. Si raddensa tutta. Poi
si mette un’altra gonna a quadratini e aranci verdi.

Questa sera è felice, ma poco.
Una qualche pioggia ci ha sorpreso a Nesebăr. Io le bacio la spalla.
Lei è entrata nella libreria di fronte e si è comprata Ezra Pound.
Mentre la guardavo andare nella libreria mi sono scisso.
Quando ne uscì le scendevano dai capelli rivoli di fiori. Poi
abbiamo continuato oltre – una commessa di un bar ci ha fatto
molte feste e ci ha offerto una birra.

Una volta l’ho fotografata impietrita vicino a un albero. Di lato sulle
panchine sedevano dei vecchi e leggevano giornali. In alto ansimavano
le nuvole. Ma lei si era messa sulle punte dei piedi. Io
fui turbato e non riuscii a fotografarla bene. Lei scivolò
su se stessa e si mise a piangere. Allora fui geloso di lei per la prima volta.
Alcuni bambini sfrecciarono accanto a noi sui loro skateboard.

Lei ora sale verso casa,
è andata a fare la spesa. Nella retina ha pesche,
spinaci e noccioline. Ha fissato gli occhi sulle scale e
sale lentamente. Ora aprirà la porta mentre parla con
la vicina. Io la aspetto già da qualche minuto e mentre la
aspetto, penso a come stia salendo sulle scale.
Austria - ALEXANDER PEER
Vive e lavora a Vienna. Fra i suoi libri di maggior successo si ricordano: „Bis dass der Tod uns meidet“ (Limbus 2013) „Land unter ihnen“ (Limbus 2011) „Ostseeatem“ (Wieser Verlag 2008) e „Herr, erbarme Dich meiner!“ (Edition Art & Science 2007), sullo scrittore Leo Perutz.
Nato nel 1971 a Salisburgo, studia Germanistica, Filosofia e Scienze della Comunicazione. Molteplici le pubblicazioni in antologie e riviste letterarie. Scrive regolarmente contributi e reportage per riviste e giornali nazionali come Der Standard, Die Presse, profil, Wiener Zeitung ed è autore di trasmissioni per la radio di stato austriaca. È membro di circoli letterari come il P.E.N.- Club Austria, Podium e la Salzburger AutorInnengruppe. Attivo come lettore, insegna e organizza laboratori di scrittura. Numerose le presentazioni, come anche premi e riconoscimenti.
Foto: (c) Wolfgang D. Muik
Der gleiche Oktober
Die Äste ließen ihre geringgeschätzten Früchte fallen.
Die Bäume schämten sich ihrer nackten Arme
und diese brachen vor lauter schlechtem Gewissen.
Die Schuld wurde unter dem Wald neu aufgeteilt.
Jedem wurde zu gleichen Teilen der Herbst zugesprochen.
In den Fenstern spiegelte sich die Sonne nur noch zaghaft.
Sie hatte Angst vor der Nähe.
Jeden Tag zeigte sie ihre Scheu
und schob die Wolken vor ihre Strahlen.

Die Parkbänke wurden lichter.
An manchen Wochentagen saßen dort nur Erinnerungen.
Schwer wuchsen Schatten über die Landschaft.
Wir tranken Sturm im Bauch einer Laube,
Wolljacken waren die Hüter unseres Wohlbefindens.

Zugvögel verließen ihre Behausungen und
flogen über uns hinweg – südwärts.
Wir saßen noch lange und tranken
einen ewigen Abschied.



Gegenwärtig
Auf einem schönen Blatt Papier
schreib’ ich ein hartes Wort,
das leicht sich streckt und dehnt,
im Weiß auskeimt und dieses schwärzt.

Es steht ganz mühelos
auf dieser Seite
und hält bereit,
für jeden, der es sieht,
so viel von allem
was er erlebte
und vergangen sich nun gibt.

Es weckt in mir,
der ich
– in diesem Funken Zeit –
es schreibe,
den müden Blick,
der das Ereignete beäugt.

Ich schreibe bloß
ein klares Wort
und spüre
die Klopfzeichen
meines Körpers.

Ich kreise hier
mit einer stumpfen Feder
und wiege mein Gedächtnis.
Ich rufe Dir
bekannte Gesten nach,
doch ist es nur
das Bild von Dir,
mit dem Gespräch
ich suche.

Vor diesem schönen Blatt
gab es zum Ich ein Du
und jetzt steht nur
ein Abschied da.

Traduzione di Ada Vallorani

Quello stesso ottobre
I rami fecero cadere i loro frutti disdegnati.
Gli alberi si vergognarono delle loro braccia nude
e queste si spezzarono per la coscienza sporca.
La colpa venne suddivisa in modo nuovo nel bosco.
A ognuno venne ascritto l’autunno in parti uguali.
Nelle finestre si specchiava il sole ormai timido.
Aveva paura della vicinanza.
Ogni giorno mostrava la sua timidezza
e spingeva le nuvole davanti ai suoi raggi.

Le panchine si fecero più chiare.
In alcuni giorni della settimana lì vi erano seduti solo ricordi.
Le ombre crescevano pesanti sul paesaggio.
Bevemmo tempesta nel ventre di un pergolato,
giacche di lana erano i custodi del nostro benessere.

Gli uccelli migratori lasciarono le proprie dimore e
volarono via sopra di noi – verso sud.
Noi sedemmo ancora a lungo e bevemmo
un eterno addio.



Presente
Su di un bel foglio di carta
scrivo una parola dura,
che facilmente si stende e si dilata,
germoglia nel bianco e lo tinge di nero.

É scritto semplicemente
su questo foglio
e tiene a disposizione,
per chiunque, che lo veda,
tanto di tutto ciò
che lui ha vissuto
e ora soccombe al passato.

Si desta in me,
io che
­in questo sprazzo di tempolo
scrivo,
lo sguardo stanco,
che scruta l’accaduto.

Scrivo soltanto
una parola chiara
e accuso
i colpi
del mio corpo.

Volteggio qui
con una penna spuntata
e soppeso la mia memoria.
Ti grido dietro
gesti conosciuti,
ma è solo
l’immagine di te,
con il dialogo
io cerco.

Prima di questo bel foglio
esisteva per me un te
e ora vi è scritto solo
un addio.
 
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