FESTIVAL DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO - TERZO MILLENNIO FILM FEST - MIC

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FESTIVAL DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO - TERZO MILLENNIO FILM FEST

Dal 26 al 30 ottobre la Casa del Cinema di Villa Borghese e il Cinema Trevi, Sala della Cineteca Nazionale - Centro Sperimentale di Cinematografia ospitano la diciannovesima edizione del Terzo millennio film fest – Festival del dialogo interreligioso con una ricca rassegna di film ed iniziative che animeranno i giorni dell’evento.
19. edizione del Tertio Millennio Film Fest, rassegna della Fondazione Ente dello Spettacolo, in collaborazione con il Pontificio Consiglio della Cultura e il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali
FESTIVAL DEL DIALOGO INTERRELIGIOSO
Prendendo le mosse dal “Cortile dei Gentili” promosso da S.E. il card. Gianfranco Ravasi, Presidente Pontificio Consiglio della Cultura, il Festival è presieduto da don Davide Milani (Presidente Fondazione Ente dello Spettacolo) sotto la direzione generale di Antonio Urrata (Direttore Generale Fondazione Ente dello Spettacolo) e prevede un Comitato di Selezione, composto da delegati delle Comunità religiose ed esponenti del mondo della cultura e dell’industria cinematografica, nonché un Comitato Consultivo, formato da personalità del settore cinematografico e audiovisivo.
I LUOGHI DELLA RASSEGNA
Il Tertio Millennio Film Fest si svolgerà in due diverse sedi nel cuore di Roma: la Casa del Cinema a Villa Borghese (largo Marcello Mastroianni, 1) e il Cinema Trevi, Sala della Cineteca Nazionale - Centro Sperimentale di Cinematografia (vicolo del Puttarello, 25). Il Tertio Millennio Film Fest non prevede una sezione concorso, ma una rassegna cinematografica che raccoglie i titoli mondiali più significativi nell’ambito del dialogo interculturale e interreligioso.
Fino a sabato 31 ottobre saranno in programma più di 30 film tra anteprime, eventi speciali e incontri con gli autori.
Per la sua XIX edizione il Tertio Millennio Film Fest si rinnova nel segno del dialogo interreligioso e culturale. Rappresentanti delle Comunità cattolica, protestante, ebraica e musulmana saranno così chiamati a prendere parte alla progettazione del Festival insieme a esperti del mondo della cultura e del cinema per dar luogo a una vera e propria festa del dialogo interreligioso.
Alla 72 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, la Fondazione Ente dello Spettacolo ha presentato nello Spazio FEdS (Sala Tropicana 1 -Hotel Excelsior) la nuova formula del Tertio Millennio Film Fest, rassegna della Fondazione nata a Roma nel 1997 sotto il patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura e del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali.
Le proiezioni sono a ingresso gratuito fino a esaurimento posti, previa registrazione
Email info@tertiomillenniofilmfest.org Tel. 06.96519.200

Lebanon. Un film di Samuel Maoz
Martedì 27 ottobre
Casa del Cinema
Villa Borghese largo Marcello Mastroianni, 1
Sala Volonté 16.00
Lebanon di Samuel Maoz
Israele, Francia, Germania, 2009,  97’ v. o. sott. it
Libano, 1982. Allo scoppio della guerra, quattro soldati vengono assegnati a una missione: accompagnare col loro carro armato una pattuglia di paracadutisti, entrare in un villaggio libanese già bombardato dall’aviazione israeliana e dunque vuoto, verificare e continuare. Una missione apparentemente semplice, ma che si rivela tutt’altro che facile. Il villaggio pastorale è uno scenario di morte e diventa un incubo. “Il ferro” del carro armato che dovrebbe difendere si trasforma in una trappola mortale. Quando dall’esterno i quattro soldati ricevono l’ordine di sparare sul “nemico”, si rendono conto che premere il grilletto non è facile.
Leone d’oro come miglior film alla 66ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, premio come Scoperta EFA 2010.
È possibile descrivere con assoluta precisione l’orrore della guerra? Si può raffigurare in modo sconvolgente la paura? Possono emergere sentimenti, angosce, amarezze, tensioni mettendo insieme quattro attori in uno spazio ristrettissimo? Certamente sì. L’ha dimostrato il film di Samuel Maoz intitolato Lebanon.

Si tratta di un’opera estremamente dolorosa, densa di una devastante inquietudine, come raramente si può vedere nel cinema contemporaneo. Il fatto è che le vicende narrate da Maoz evocano palesemente le disavventure militari vissute dallo stesso regista durante la prima Guerra del Libano nel 1982. Samuel Maoz era un carrista israeliano e a 20 anni si trovò al centro di una battaglia sanguinosa durante la quale gli capitò anche di uccidere. Questo evento ha segnato tutta la sua vita e solo dopo due decenni dai fatti ha trovato la forza di scrivere la sceneggiatura e di girare il film.
Ma a parte le questioni contenutistiche, l’elemento che fornisce grande forza a questo lungometraggio è il concept registico/espressivo che si trova alla base della sua realizzazione. Maoz ha infatti ricostruito in studio l’abitacolo di un carro armato. I quattro interpreti si muovo sempre in questo spazio microscopico, buio e sporco. Olio che cola dalle pareti, acqua per terra, sangue sulle mani e sugli strumenti, rumori fortissimi, vibrazioni terribili, fumo. Questo luogo minuscolo comprime e fa scontrare le psicologie dei personaggi, i quali esplodono in crisi di rabbia, di pianto, di angoscia. L’unico contatto con l’esterno è rappresentato da un “mirino” che permette di rimanere in relazione con la realtà, una realtà fatta di devastazione e morte.

Samuel Maoz si concentra soprattutto sull’uso del primo e del primissimo piano e insiste per gran parte del film nell’utilizzazione di una sorta di una “soggettiva” del carro armato, un occhio impazzito e tremebondo che scruta il mondo alla ricerca della salvezza. L’autore elabora, dunque, una struttura visiva claustrofobica, opprimente e tragicamente intollerabile. La macchina da presa isola gli occhi spiritati dei soldati israeliani, i quali non vengono dipinti come mostri cattivi ma come ragazzi giovanissimi impauriti, gettati in maniera irresponsabile nella mischia agghiacciante della guerra.
Lebanon è allo stesso tempo un film catartico, una seduta di psicoanalisi pubblica/privata e un’opera di denuncia. Samuel Maoz si è liberato evidentemente dai suoi personali fantasmi (un po’ come ha fatto Ari Folman con il suo Walzer con Bashir) e ha raccontato al mondo le atrocità della guerra da un punto di vista che pochi erano stati in grado di mostrare in precedenza.

Il film non risparmia accuse al sistema militare israeliano, tirando in ballo addirittura l’uso di armi illegali. Se pensiamo al fatto che tra gli enti promotori del film c’è l’Israel Film Fund, ovvero l’istituzione che gestisce i soldi pubblici destinati al sostegno del cinema israeliano, non possiamo che prendere atto della lezione di democrazia che con questo film viene impartita a tutti quei paesi occidentali/europei che spesso pontificano sul conflitto israelo/palestinese senza conoscere nulla né della società israeliana né di quella palestinese.
Anche se a livello critico non dovrebbe essere fatto, almeno per una volta vogliamo andare contro le regole della comunicazione giornalistico/culturale. Descriveremo la scena finale del film. Dopo una battaglia furibonda dentro il carro armato ci sono tre soldati israeliani distrutti dalla fatica e dal terrore, un altro soldato morto e un prigioniero siriano ferito ma vivo. Proprio quest’ultimo chiederà a un carrista israeliano di aiutarlo a urinare. I due militari nemici saranno così uniti inaspettatamente da un gesto privato, intimo, addirittura fisico. E per un attimo, solo per attimo, ogni barriera scomparirà. Un’utopia? Forse, ma è un’utopia cinematografica che almeno ci lascia qualche speranza.
DI MAURIZIO G. DE BONIS
fonte ©CultFrame 09/2009
Loin des hommes di David Oelhoffen
Martedì 27 ottobre
ore 20.45.
Cinema Trevi, Sala della Cineteca Nazionale - Centro Sperimentale di Cinematografia
vicolo del Puttarello 25
La proiezione del film
Loin des hommes di David Oelhoffen
Francia 2014, durata 110 min.
Con Viggo Mortensen, Reda Kateb, Djemel Barek, Vincent Martin, Nicolas Giraud. continua» Drammatico

in Concorso alla 71. Mostra del Cinema della Biennale di Venezia, vincitore dei premi SIGNIS e INTERFILM, mai uscito in sala in Italia.

Algeria, 1954. La rivolta contro i francesi sta prendendo sempre più corpo e Daru, insegnante di sangue misto franco-spagnolo nato nel Paese, insegna a leggere e scrivere ai bambini figli dei pastori di una località perduta tra i monti dell’Atlante. Gli viene consegnato un prigioniero algerino che ha ucciso un cugino. Il suo compito è scortarlo alla città più vicina perché venga giudicato e condannato a morte. Daru non intende eseguire la consegna.
È un racconto di Albert Camus che ben conosceva la situazione algerina ad ispirare questo film che per gran parte del tempo rispetta l’assunto. Daru e il suo prigioniero scelgono di stare lontani dagli uomini proprio per dare spazio ad un’umanità che la guerra, strada per strada e sentiero per sentiero, vorrebbe cancellare in nome del ‘dovere’. I due uomini imparano progressivamente a conoscersi in quello che il regista francese considera un western a tutti gli effetti. Gli va riconosciuto in materia il rispetto dei luoghi classici del genere che lo spettatore non faticherà a riconoscere.
Ciò che gli difetta nella prima parte è però la scelta dei tempi. Assistiamo cioè a una dilatazione di situazioni che vorrebbero divenire essenziali da un punto di vista della significazione ma talvolta mancano l’obiettivo. Ciò che resta invece impresso, oltre alla magnificenza delle riprese di un territorio tanto arido quanto visivamente efficace, è la presentazione di una realtà socio-culturale quasi inestricabile. I soldati algerini che hanno combattuto per l’esercito francese durante la seconda guerra mondiale ora gli si rivoltano contro ma sanno distinguere in Daru colui che per gli autoctoni è adesso considerato un francese mentre per i francesi è un algerino. Ciò che invece suona un po’ stonato alla sensibilità moderna (ma che probabilmente faceva parte del racconto di Camus) è quel tanto di paternalismo ‘alla francese’ che finisce con il dettare la strada al ‘povero’ prigioniero che viene liberato dal ‘maestro’ con tanto di viatico in chiave di declamazione religiosa.

"Un western a tutti gli effetti, dalle riprese magnificenti alla presentazione di una realtà socio-culturale quasi inestricabile"
Giancarlo Zappoli









Martedì 27 ottobre alla Casa del Cinema, l’anteprima esclusiva di alcune immagini di Chiamatemi Francesco di Daniele Luchetti sulla vita di papa Francesco, evento a inviti con la partecipazione del produttore Pietro Valsecchi (AD Taodue) e di Giorgio Grignaffini (Direttore Editoriale Taodue). Seguirà l’anteprima del documentario di TV2000 Il Respiro di Dio – Storie di vita consacrata, con la partecipazione degli autori.
Chiamatemi Francesco di Daniele Luchetti
Mercoledi 28/10/2015
ore 20:30
Casa del Cinema
Villa Borghese largo Marcello Mastroianni, 1
Anteprima
Germania, 2014
durata 107’
Kreuzweg - Le stazioni della fede | Stations of the Cross di Dietrich Brüggemann

diretto da Dietrich Brüggemann e interpretato da Lucie Aron, Michael Kamp, Moritz Knapp, Birge Schade, Florian Stetter, Lea van Acken, Franziska Weisz, Georg Wesch, Ramin Yazdani, Hanns Zischler
Orso d’argento per la miglior sceneggiatura e Premio della Giuria Ecumenica al 64mo Festival di Berlino


Al cinema con Dio e la musica pop, lungo le 14 “Kreuzweg – Le stazioni della fede” di Dietrich Brüggemann, Orso d’argento al 64° Festival di Berlino.
Forse le vie del signore sono infinite, mentre quelle della santificazione (come quelle dei miracoli) continuano ad essere lastricate da tutte le contraddizioni scatenate dall'incontro tra religione e società.
Una follia radicata che Dietrich Brüggemann porta sul grande schermo con il fondamentalismo religioso che scandisce il ritmo del viaggio nelle Kreuzweg - Le stazioni della fede (Kreuzweg, Station of the cross, Francia/Germania 2014).
Quattordici stazioni della Via Crucis del titolo, per altrettanti capitoli della storia di estremo sacrificio per raggiungere Dio, vissuta da Maria, l'adolescente quattordicenne che vive in una famiglia devota alla Società di S. Pio XII, organizzazione religiosa ortodossa che rinnega le innovazioni del Concilio Vaticano II e rivendica una dimensione stretta e oscurantista del cristianesimo.
Un dimensione rigorosa e asfissiante imposta dalla fede che Maria vive con dedizione, divisa tra le pulsioni della sua età, i corteggiamenti di alcuni ragazzi a scuola e i duri insegnamenti familiari che l'hanno convinta a mantenersi pura per il signore.
Decisa a raggiungere Dio a costo di estremi sacrifici, scacciando il peccato annidato in ogni angolo, parola e uomo, Maria ha infatti preso una decisione che non ha confessato ancora a nessuno.
A nulla sembra servire la presenza di una ragazza alla pari, religiosa in maniera più ragionevole, ma forse l'arte in generale e la musica in particolare, sono gli unici a poter fornire un'ancora di salvezza alla follia di tutti i fondamentalismi.
Scandendo la messa in scena del rigore della società e l'immobilismo umano, con le 14 stazioni della Via Crucis (come già fatto in “Neun Szenen”), con una regia originale e una sceneggiatura avvincente da Orso d'argento al 64° Festival di Berlino.
fonte: cineblog.it


Le Recensioni del film
Kreuzweg - Le stazioni della fede | Stations of the Cross di Dietrich Brüggemann

Tra i migliori film del decennio. Ross Bonaime - Post Magazine

Un film austero, ben girato e potentemente recitato che flirta maliziosamente con la commedia. Stephen Holden -New York Times
"Un'opera che muove al riso e al pianto e ha gli strumenti emozionali per diventare oggetto di inesauribile passione" Marzia Gandolfi, MyMovies.it
DIO ESISTE E VIVE A BRUXELLES di Jaco van Dormael
Mercoledì, 28 ottobre
ore 20.30.
Cinema Trevi, Sala della Cineteca Nazionale - Centro Sperimentale di Cinematografia
vicolo del Puttarello 25
Anteprima del film
Dio esiste e vive a Bruxelles (Le tout nouveau Testament) di Jaco Van Dormae

con Pili Groyne, Benoît Poelvoorde, Catherine Deneuve, François Damiens, Yolande Moreau. continua» Titolo originale Le Tout Nouveau Testament. Commedia,
produzione Lussemburgo, Francia, Belgio 2015.
durata 113 min.
Presentato alla 47. Quinzaine des Réalisateurs (Cannes, 2015) e candidato per il Belgio come Miglior Film in lingua straniera agli 88. Academy Awards | Oscar

Una commedia surreale in cui Dio è un vero e proprio personaggio che vive a Bruxelles. Sulla terra però, Dio è un vigliacco, con una morale meschina ed è davvero odioso con la sua famiglia. Sua figlia, Ea, si annoia a casa e non sopporta di essere rinchiusa in un piccolo appartamento nell'ordinaria Bruxelles, fino al giorno in cui decide di ribellarsi contro il padre, entrare nel suo computer e trapelare al mondo intero la data fatale della loro morte. Improvvisamente tutti cominciano a pensare a cosa fare con i giorni, i mesi, e gli anni che hanno ancora a disposizione...
Dio esiste veramente ed è una persona come tante altre che vive a Bruxelles. Deprivato della sua aurea divina, è un codardo patetico e odioso con la sua famiglia. Ea, sua figlia, si annoia a casa e, non sopportando di stare chiusa in un piccolo e ordinario appartamento di città, decide un giorno di ribellarsi contro il padre, manomettendo il suo computer e rivelando a chiunque la propria data di morte. In questo modo provocherà un caos improvviso e totale, durante il quale tutti cominceranno a pensare cosa fare con i giorni, i mesi e gli anni, che rimangono loro da vivere.
Dio esiste e vive a Bruxelles con una moglie timorosa e una figlia ribelle. Il figlio, più celebre di lui, è fuggito molti anni prima per conoscere gli uomini più da vicino, morire per loro e lasciare testimonianza e testamento ai suoi dodici apostoli. Egoista e bisbetico, Dio governa il mondo da un personal computer facendo letteralmente il bello e il cattivo tempo sugli uomini. Ostacolato da Ea, decisa a seguire le orme del fratello e a fuggire il 'suo regno', la bambina si 'confronta' con JC (Jesus Christ) ed evade dall'oblò della lavatrice. Espulsa dentro una lavanderia self-service infila la via del mondo, recluta sei apostoli e si prepara a combattere l'ira di Dio, a cui ha manomesso il computer e di cui ha denunciato il sadismo, spedendo agli uomini via sms la data del loro decesso.
Sei anni dopo Mr. Nobody, che gettava un dubbio sul punto di vista assunto dal film (è quello di un bambino che anticipa un vecchio o quello di un vecchio che (in)segue il bambino che è stato?), Jaco Van Dormael ci mostra il punto di vista onnipotente di chi governa il mondo e il destino degli uomini. Rispolverando la voce off (e infantile) di Toto le héros, il regista belga realizza una commedia surreale e inconcludente in cui riconosciamo comunque il suo sguardo singolare e visionario. Perché Le Tout Nouveau Testament, dentro un prologo esilarante, dichiara l'impianto e getta le premesse di un discorso che poi dimentica di svolgere, limitandosi a esiliare Dio in Uzbekistan e a supplirlo con una dea svampita che decora il cielo con cornici digitali. Ordinato secondo i libri che compongono la Bibbia (Genesi, Esodo, Levitico etc) e apprestato a rispondere a una domanda esistenziale (che cosa fareste se conosceste in anticipo la data della vostra dipartita?), Le Tout Nouveau Testament finisce per perdersi in un bicchiere d'acqua e in un impegno evidentemente troppo ambizioso. Il dispositivo, appena collaudato nell'incipit, non riesce a correggere le fragilità congenite e a sostenere l'intenzione 'rivoluzionaria' di partenza, ripiegando su una serie di ritratti e personaggi dismessi che lasciano tutto e intraprendono un viaggio in un mondo sconosciuto, dove ritroveranno naturalmente quello che hanno perso. Tutti tranne dio, interpretato da Benoït Poelvoorde con nervosa immedesimazione, che finirà per condannarsi, disegnando un percorso in forma di deriva. Il problema col cinema di Van Dormael è che tutto quello che lo rende spettacolare e sorprendente, l'umorismo, l'oniricità, il lirismo, le sospensioni, le metafore, le incursioni nel fantastico, i folgoranti intermezzi, finisce quasi sempre per annullarne la profondità e la sostanza anche quando a reggere i destini del mondo (e del film) ci sono attori efficaci e imprevedibili come Benoît Poelvoorde e Yolande Moreau. Diffusa di una saggezza popolare e naïf e stordita da effetti digitali, la nuova commedia di Van Dormael è un incrocio singolare tra Il favoloso mondo di Amélie e Una settimana da Dio, a cui si aggiunge una colonna sonora composta da 'brani facili' e più adatti ad accompagnare intervalli pubblicitari. Furbo e didascalico, Le Tout Nouveau Testament galleggia su un immaginario di riporto che oscilla tra la legge di Dio e quella di Murphy, tra sentenza e motto, tra autocitazione e citazione ammiccante, su tutte quella 'bestiale' che innamora Catherine Deneuve di un gorilla, omaggio evidente a Max amore mio di Nagisa Oshima. Nondimeno, come tutti i film di Van Dormael, Le Tout Nouveau Testament muove al riso e al pianto e ha gli strumenti emozionali per diventare oggetto di inesauribile passione, fosse solo per quel dio 'umano troppo umano' che osserva il mondo in cattività e dentro un'orizzontalità assunta come asse espressivo della messa in scena. Una splendida operazione di 'abbassamento' che purtroppo non riesce a innalzarsi oltre l'universo artificiale che Van Dormael dispiega davanti ai nostri occhi. Amen.
fonte: mymovies.it



Giovedì 29 ottobre, incontro con il regista iraniano Mohsen Makhmalbaf, Premio Robert Bresson 2015, che presenterà The Tenant, inedito in Italia, insieme al documentario Daddy’s School di cui il cineasta è il protagonista.
Mohsen Makhmalbaf
Giovedì 29 ottobre
Casa del Cinema
Villa Borghese largo Marcello Mastroianni, 1
Sala KODAK 21.30.
Daddy’s School | Baba film darad di Hassan Solhjou
con Mohsen Makhmalbaf,Samira Makhmalbaf,Marziyeh Meshkini,Maysam Makhmalbaf,Hana Makhmalbaf
Gran Bretagna, 2014
Durata: 72 minuti
Incontro con Mohsen Makhmalbaf
Storia di una famiglia unica al mondo. Il documentario racconta come un ex rivoluzionario politico, ostacolato dalla intransigente realtà istituzionale iraniana, ha trasformato la sua casa in una scuola di Cinema per insegnare la libertà di espressione ai figli Samira, Maysam e Hana. Tutti e tre, in seguito, sono diventati registi di fama internazionale, pluripremiati nelle più importanti manifestazioni cinematografiche tra cui Cannes, Venezia, Berlino, San Sebastián e Locarno.

Daddy’s School | Baba film darad di Hassan Solhjou
Giovedì 29 ottobre
ore 19.00
Cinema Trevi, Sala della Cineteca Nazionale - Centro Sperimentale di Cinematografia
vicolo del Puttarello 25
La proiezione del film
INCONTRO CON AUTORE
The Tenant di Mohsen MAKHMALBAF
con Amirali KHOSROJERDI, Margarida CORREIA, Alessio BERGAMO, Peggy CASALE, Twiggy
UK - China - Hong Kong Co-Production , 2015
durata: 20 minutes
E' la storia di un giovane ragazzo iraniano, venuto a Londra per chiedere asilo come rifugiato. La storia prosegue con il rapporto di una signora inglese affittuaria. Una storia struggente e una metafora poetica dell'incerto esito dell'immigrazione. Nel 2014, le Nazioni Unite hanno annunciato che il numero di rifugiati in tutto il mondo ha superato i cinquanta milioni. La maggior parte di questi cinquanta milioni di persone sono state costrette a lasciare la loro patria a causa della guerra, le persecuizioni politiche o le carestie.
Hadji Sha, diretto da Zamani Esmat
Giovedì, 29 ottobre
ore 20.30.
Cinema Trevi, Sala della Cineteca Nazionale - Centro Sperimentale di Cinematografia
vicolo del Puttarello 25
Anteprima
Hadji Sha di Zamani Esmat
Iran, 2014
durata: 82 minuti
con Roya Taymourian,Leila Zareh,Afsaneh Chehreh Azad,Sahar Abdollahi,Behdad Royan,Hooman Ashkboos,Mahsa Zarif,Shayan Torabian,Morteza Nasim Sobhan,Leila Bargahi,Amir Zamani,Mojtaba Lalehzari,Amir Jalali,Mohsen Alemzadeh,Mehri Zamani,Jamileh Sotoodehnia

Hadji Sha è una donna di 50 anni che, da più di 30, si traveste da uomo per proteggere la famiglia di sua sorella. La donna ha una nuova inquilina, una cantante che vorrebbe distribuire il proprio disco nonostante l’interdizione al canto per le donne. Le due diventano amiche, anche perché entrambe hanno deciso di rinnegare la propria identità femminile, ma quando Hadji Sha scopre la violenza subita dalla nipote di sua sorella, che soffre di un ritardo mentale, iniziano a sorgere i problemi.



Evento speciale per il film cubano
Condotta di Ernesto Daranas Serrano
giovedì 20 ottobre 2015
ore 21.30
alla Casa del Cinema
SALA DE LUXE
Condotta | Behavior di Ernesto Daranas Serrano
Evento speciale per il film cubano
Giovedì 20 ottobre 2015
ore 21.30
alla Casa del Cinema
SALA DE LUXE
Condotta | Behavior di Ernesto Daranas Serrano
con Silvia Aguila, Miriel Cejas, Yuliet Cruz, Armando Valdes Freire, Armando Miguel Gómez
Cuba 2014.
durata 108 minuti
Kids+13
Chala ha 11 anni e vive da solo con la madre alcolizzata e tossicodipendente. Alleva cani da combattimento per sopravvivere e questo mondo di violenza si ripercuote spesso nell’ambiente scolastico. Carmela è un’insegnante per la quale il ragazzo nutre affetto e rispetto, ma quando si ammala ed è costretta a rinunciare alla scuola per diversi mesi, l’inesperta supplente incapace di gestire Chala, lo invia a una scuola di Condotta. Al suo rientro, Carmela si oppone al provvedimento e ai vari cambiamenti subiti dalla sua classe. Il rapporto tra Chala e l’insegnante si rafforza ma tale situazione rischierà di compromettere la loro permanenza nella scuola.

Un dramma sociale sul delicato rapporto di un’insegnante votata alla sua professione e un piccolo bullo dei sobborghi della Cuba del Cambiamento.

Timbuktu di Abderrahmane Sissako
A un certo punto del film, c'è il jihadista che con il megafono va in giro per la città e parlando in francese - perché lo possano capire anche chi non parla arabo - dopo aver elencato tutto ciò che è vietato fare, esclama alla fine: "E' vietato tutto".
Venerdì 30 ottobre
Casa del Cinema
Villa Borghese largo Marcello Mastroianni, 1
Sala DE LUXE 16.30
Timbuktu di Abderrahmane Sissako
con Ibrahim Ahmed, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoub
Francia/ Mauritania (2014)
durata: 97 minuti
Premio della Giuria Ecumenica al 67esimo Festival di Cannes e candidato all'Oscar come Miglior Film Straniero del 2015
Abderrahmane Sissako racconta di un Paese occupato dai fondamentalisti religiosi, le cui strutture crollano giorno dopo giorno di fronte alle tragiche quanto assurde sentenze che vengono emesse e che reprimono la libertà dei cittadini. In una tenda tra le dune sabbiose vive Kidane. Lui e la sua famiglia riescono inizialmente a sottrarsi al caos che incombe su Timbuktu. Tuttavia, la loro tranquilla e pacifica quotidianità è stravolta quando i jihadisti piombano improvvisamente sulle loro teste.
"Sissako ha raccolto le testimonianze di episodi vissuti direttamente dalla gente di Timbuktu, facendo un lavoro di (de)costruzione cronachistica e (ri)composizione narrativa, scegliendo gli episodi più funzionali per la rappresentazione di quello che voleva mettere in scena. Così, solo per citarne alcuni, abbiamo la pescivendola che si rifiuta di mettersi i guanti perché non potrebbe pulire il pesce al mercato e si ribella alla polizia islamica; i ragazzi fustigati per aver cantato e suonato e per essere stati nella stessa stanza; il ragazzo fustigato per aver ascoltato musica; il confronto tra l'imam della moschea di Timbuktu e il leader dei jihadisti sull'interpretazione dell'Islam, dove il primo propugna un'idea di pace e di dialogo, il secondo vede solo una fede cieca dove applicare la sharia alla lettera. Sissako mette in scena il dramma di un'intera popolazione, quella africana, di fronte alla barbarie di una religiosità integralista e ottusa. A un certo punto del film, c'è il jihadista che con il megafono va in giro per la città e parlando in francese - perché lo possano capire anche chi non parla arabo - dopo aver elencato tutto ciò che è vietato fare, esclama alla fine: "E' vietato tutto". Ovviamente l'assurdità di tale affermazione è ancora più rafforzata dall'assurdità dei comportamenti. E sembra ridicolo - se non fosse nella realtà tragico per le conseguenze che ne derivano - la caccia notturna della polizia islamica alle case da dove provengono musica e canti.
Se il tema principale è quello della denuncia drammatica delle violenze subite da un'intera popolazione, un tema prettamente politico, abbiamo sicuramente un paio di sotto temi collegati strettamente a questo e un altro profondo a un secondo livello di lettura".
di Antonio Pettierre sul ondacinema.it
 
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