Marina Abramović - The Artist is present - MIC

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Marina Abramović - The Artist is present

Marina Abramović - The Artist is present
Lunedì 13. luglio 2015 alle ore 21.00
CineArena - Casa Internazionale Delle Donne
La Casa (S)piazza
Entrata: Via San Francesco di Sales 1a
via della Lungara 19, 00165 Roma



di Matthew Akers. Con Marina Abramovic - USA 2012, 107’. Documentario presentato al Sundance Festival e premiato alla Berlinale. La performance delle performance, un ennesimo atto di coraggio, un ulteriore mettersi a nudo dell’artista e del suo incedere. Una produzione Show of Force per HBO, in coproduzione con AVRO Television e in collaborazione con GA&A Productions.
Un ipnotizzante viaggio cinematografico nel mondo di un’artista radicale che non traccia distinzioni tra vita e arte. In occasione della sua nuova mostra al PAC di Milano dal 21 marzo, GA&A e Feltrinelli presentano il film rivelazione della Berlinale: ritratto intimo di una donna incredibilmente magnetica e infinitamente intrigante acclamata tra le artiste più significative dei nostri tempi.
Una produzione Show of Force per HBO, in coproduzione con AVRO Television e in collaborazione con GA&A Productions
Distribuito in Italia da GA&A Productions e Feltrinelli Real Cinema
Presentato al Sundance Film Festival 2012 - US Documentary Category
PANORAMA AUDIENCE AWORD - 62 Berlinale 2012
evento fb
"Se proprio ne avvertissimo la necessità, si potrebbe “definire” film, documentario, performance della performance, videotestamento artistico e molto altro, ma come tutte le opere complesse Marina Abramovic: The artist is present sfugge a ogni tentativo di circoscrizione. Certo è che si tratta di un ennesimo atto di coraggio, un ulteriore mettersi a nudo dell’artista e del suo incedere. Fondamentale per chi volesse approfondire, comprendere, immergersi nell’universo di una protagonista dell’arte contemporanea che da quarant’anni si mette in gioco in modo radicale, assistendo così a uno di quei “felici matrimoni tra etica ed estetica” di cui parlava Pierre Restany a proposito di Yves Klein, altro artista che come Marina celebrava fortemente l’identità arte/vita, al punto tale da smaterializzare l’oggetto d’arte in pura energia da liberare nel cosmo, in una delle più ampie e poetiche forme di condivisione.
Marina Abramovic: The artist is present ci accompagna in tutte le fasi (dal sopralluogo, ai momenti fuori dal museo, fino alla reale esecuzione) di quella che può essere considerata la tappa più importante della vita di Marina Abramovic: la personale al MoMA di New York, avvenuta dal 14 marzo al 31 maggio 2010, durante tutta la durata della quale l’artista stava immobile, in silenzio, seduta davanti a un tavolo per molte ore al giorno, a incontrare gli sguardi del pubblico, che quasi come in un solenne rituale pagano, le si avvicinava lentamente e le si sedeva di fronte, per tutto il tempo che riteneva necessario. Il film documenta e fissa molti di questi momenti straordinari in cui lo zoom delle telecamereè puntato sugli occhi di Marina e su quelli del suo interlocutore. Un dialogo silenzioso e commovente che non lascia mai indifferenti. Il campo di energia che si genera da’ luogo a momenti d’intensa commozione; l’artista e il suo pubblico fanno dono di sé, senza riconoscerlo e senza riconoscersi donatori o donatari; un dono che, in quanto evento di un contatto estraneo a qualsiasi legame di coscienza, non si manifesta, un accadimento altro dalle relazioni consolidate e veicolante i flussi che lo costituiscono. Marina ti osserva costringendoti a osservarti.  Non vi è alcun “narcisismo di ritorno” ma diverse forme di insight che toccano corde poco abituate e vibrare.
Uno dei momenti più intensi del film è quando Ulay, compagno di vita e di arte della Abramovic per dodici anni, (invitato alla retrospettiva come ospite d’onore) decide ad insaputa dell’artista di partecipare alla performance, come ai tempi di Nightsea crossing (performance svolta negli anni 1981-1987, nella quale, in coppia con Ulay stavano seduti, l’uno di fronte all’altro, immobili, alle due estremità di un tavolo per sette ore consecutive).  Lei alza gli occhi e lo vede, le lacrime scorrono copiose: sono lacrime vere, è la loro “riunione” dopo la separazione e la sofferenza. Abramovic fa un’eccezione alle rigide regole della performance, allunga le mani fino a toccare quelle dell’ex, è il “momento di verità” nell’opera, quella scintilla in cui l’umano e il poeta si identificano, superando l’autobiografismo in un gesto di catarsi collettiva.
È l’artista stessa a dichiarare: quello che posso dire è che questa performance mi ha cambiata a livello profondo; per me può solo avvenire che il mio lavoro cambi la mia vita e non l’opposto. (…) l’aspetto interessante della situazione è che il pubblico osserva se stesso e l’osservatore diventa osservato (…) dobbiamo esplorare altri modi di comunicare (in Dr. Abramovic, a cura di Francesca Baiardi, pp. 96, allegato al dvd Marina Abramovic: The artist is present, 2012, Feltrinelli Real Cinema
Sostanzialmente Marina agisce “per forza di levare”: niente scenografia, niente allestimento, niente oggetti alle pareti, fino alla scarnificazione della rappresentazione, fino alla sola “presenza”. L’arte “presentata” e non “rappresentata”. L’artista si fa opera d’arte totale e in questo, che è ovviamente un processo e non un sistema chiuso, include il pubblico, include l’altro perché altrimenti la sua opera sarebbe in-esistente.
Riflettendo sulla valenza simbolica di The artist is present emerge il riferimento a Nietzsche e alla sua Nascita della tragedia: nel libro allegato al dvd* si trova un passaggio fondamentale di Artur C. Danto, autore di uno dei testi critici nel catalogo della mostra al MOMA: attraverso questo allestimento, Marina avrà inavvertitamente ricreato la scena primordiale descritta da Nietzsche nella Nascita della tragedia, dove un membro di un gruppo è posseduto e diventa un eroe, trasformando così tutti gli altri in un coro.
Le parole di Nietzsche stesso nel libro citato confermano la pertinenza di tale riflessione: (…) nulla è più sicuro del fatto che il poeta è tale solo quando è attorniato da persone che vivono e agiscono davanti a lui e delle quali egli scruta l’intimo essere. E ancora: Per il vero poeta la metafora non è una figura retorica, bensì un’immagine sostitutiva che gli si presenta realmente, al posto di un concetto. (…) basta avere la capacità di restare in continua osservazione di un gioco vivente e di vivere costantemente attorniati da schiere di spiriti: ecco come si è poeti. Basta avvertire lo stimolo a trasformare se stessi e a parlare attraverso altri corpi e altre anime. Così si è drammaturghi.

Così si è presenti." ( fonte Cristina Trivellin darsmagazine)


The hardest thing is to do something which is close to nothing.
Documentario realizzato da Matthew Akers



Il nonno di Marina Abramovic's era un patriarca della chiesa ortodossa serba. Dopo la morte fu proclamato santo e tumulato nella chiesa S. Sava a Belgrado. Entrambi i genitori furono partigiani durante la Seconda guerra mondiale: suo padre Vojo fu un comandante acclamato come eroe nazionale dopo la guerra; sua madre Danica fu maggiore nell'esercito e alla metà degli anni sessanta fu direttore del Museo della Rivoluzione e Arte in Belgrado.

Abramovic ha studiato presso l'Accademia di Belle Arti di Belgrado dal 1965-70. Ha completato la sua formazione all'Accademia di Belle Arti di Zagabria nel 1972. Dal 1973 al 1975 ha insegnato all'Accademia di Belle Arti di Novi Sad, mentre creava le sue prime performance. Nel 1974 viene conosciuta anche in Italia, presentando la sua performance Rhytm 4 nella galleria Diagramma di Luciano Inga Pin a Milano.

Nel 1976 Abramovic lascia la Jugoslavia per trasferirsi ad Amsterdam. Nello stesso anno inizia la collaborazione e la relazione con Ulay, artista tedesco, nato tra l'altro nel suo stesso giorno. I due termineranno il loro rapporto dodici anni dopo, nel 1989, con una camminata lungo la Grande Muraglia Cinese: Marina decide di partire dal lato orientale della muraglia sulle sponde del Mar Giallo, mentre Ulay dalla periferia sud occidentale del deserto del Gobi. I due cammineranno novanta giorni per poi incontrarsi a metà strada dopo aver percorso entrambi duemila e cinquecento chilometri e dirsi addio.
Negli anni ottanta viaggia in Australia e nei deserti di Thar e del Gobi e in Cina; dal 1992 tiene workshop, conferenze, mostre personali e collettive in tutto il mondo fino a vincere nel 1997 la Biennale di Venezia con la performance “Balkan Baroque", dove per tre giorni Marina Abramovic ha grattato e pulito una montagna sanguinolenta di ossa di animale, cantando litanie e lamenti, tra video che celebravano la sua appartenenza ad un paese dilaniato dalle guerre in quegli anni.

"se qualcuno mi affida il suo tempo io lo trasformerò’ in esperienza”
Marina Abramović The Past The Present Future of Performance Art Photo David Leyes
Artista concettuale serba, nata a Belgrado il 30 novembre 1946. Ha studiato alle accademie di Belgrado e di Zagabria, ma ha svolto la sua ricerca nell'ambito sperimentale della Body Art indagando, anche con violenza, sui limiti fisici e psichici del proprio corpo e della propria mente (serie Rhythms, 1970-74). Nel 1975, stabilitasi ad Amsterdam, ha conosciuto il suo futuro compagno Ulay (nome d'arte di Uwe Laysiepen, n. Solingen 1943), con il quale ha lavorato fino al 1988 creando performances incentrate sui temi della sofferenza, considerata un necessario percorso catartico (Relation in movement, Biennale di Venezia 1976), o dell'amore, ripercorso attraverso serie di immagini fotografiche riproducenti gli artisti in pose d'effetto teatrale (Anima mundi e Modus vivendi, dal 1983; ecc.); il contatto con culture diverse, attraverso i lunghi viaggi in India, in Australia, nel Tibet, in Cina, ha reso più complesse le performances della A. e di Ulay che hanno raggiunto profondi stati meditativi (serie Night sea crossing, 1982-84). Dopo l'ultimo progetto elaborato insieme a Ulay, The Great Wall walk (1988), consistente nel percorrere, partendo ognuno da un estremo e incontrandosi al centro, la Grande muraglia cinese, la A. ha continuato da sola la propria ricerca volta anche ad analizzare l'energia concentrata in pietre e metalli con serie di sculture, 'oggetti transizionali', di rame, di quarzo ecc., che coinvolgono lo spettatore invitandolo a ricercare quella stessa energia (Green dragon, 1988; Black dragon, 1990). Ha ottenuto nel 1997 il Gran premio della Biennale di Venezia.

Tra il 1989 e il 1994, in collaborazione con Ch. Atlas (n. Saint Louis 1949), A. ha elaborato Biography, un lavoro che ripercorre, intrecciando performances, videoregistrazioni di esperienze precedenti, scritti e fotografie legate all'infanzia o al rapporto con Ulay, le sue più profonde motivazioni, le tappe fondamentali della sua esistenza. La A., che continua ad alternare i soggiorni ad Amsterdam e l'insegnamento presso la Hochschule für bildende Künste di Braunschweig ai lunghi viaggi in luoghi remoti, ha presentato le sue opere in importanti rassegne internazionali (Documenta di Kassel, 1978, 1982, 1992; Biennale di Venezia, 1976, 1984, 1997, ecc.). Ha pubblicato, tra l'altro: Biography (1994) e Cleaning the house (1995). Vedi tav. f.t.

BIBLIOGRAFIA
La performance oggi, Atti della Settimana internazionale della performance: Bologna 1-6 giugno 1977, Pollenza 1977.
J. Pijnappel, Marina Abramović, in Art & Design, 1990, 5-6 (Art & Design Profile 21), pp. 55-63.
T. Wulffen, Performance. Überlegungen zu Marina Abramovićs "Biography", in M. Abramović, Biography, Ostfildern 1994, pp. 67-71.
Marina Abramović, artist body. Performances 1969-1998, Milano 1998 (pubbl. in occasione della mostra presso la Kunsthalle di Berna, poi itinerante).
Cataloghi di mostre
Ulay/M. Abramović, two performances and detour, The experimental art foundation, Adelaide 1975.
Ulay and Marina Abramović Modus Vivendi. Works 1980-1985, Stedelijk van Abbemuseum, (itinerante), Eindhoven 1985.
Marina Abramović: sur la voie, Musée national d'Art Moderne, Paris 1990.
B. Pejic, D. von Drathen, Marina Abramović, Berlino, Neue Nationalgalerie, Ostfildern 1993.
J.-A. Birnie Danzker, I. Chrissie, Marina Abramović, Villa Stuck, München 1996.
( fonte di Alexandra Andresen, Enciclopedia Treccani)
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Fausto Gilberti, Marina Abramović (Artstar series), 2014 China su carta
 
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